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Laboratorio - Incontri - Lo storico dell'architettura tra ricerca e professione

 


LO STORICO DELL’ARCHITETTURA TRA RICERCA E PROFESSIONE
DOTTORATI E MASTER
: QUALE FUTURO?

Presentazione della ricerca sulla figura dello Storico dell'Architettura in Italia
a cura di O.S.A.

Intervento di Maria Beatrice Bettazzi, Presidente O.S.A.
Parma 22 settembre 2005

La mia presenza qui oggi oltre che come dottoranda, è anche in qualità di presidentessa di O.S.A. L’Officina di Storia dell’Architettura, è una giovane associazione nata dai primi diplomati al Master Europeo in Storia dell’Architettura organizzato da Roma Tre insieme ad altre università europee.
L’esperienza ha visto riuniti studiosi di diverse provenienze formative (archeologia, architettura, storia dell’arte, ingegneria) facendo immediatamente emergere con urgenza il problema dello statuto ontologico dello storico dell’architettura ma anche del suo reale peso professionale, oltre che disciplinare.
Due sono da subito parsi i nodi su cui appuntare la nostra attenzione. Da un lato capire dove va la ricerca, quali sono le prospettive del nostro lavoro, dato per scontato il confronto costante e fecondo con le altre discipline e l’idea di architettura come fenomeno culturale. Dall’altro immaginare strategie per arrivare ad un’autonomia professionale che renda lo storico, se lo desidera, autosufficiente rispetto al mondo accademico, oggi, in Italia, unico sbocco possibile.
La nostra attività, dopo lo studio e la messa in rete di un sito internet, piuttosto visitato, ci ha visti impegnati nell’elaborazione e nell’attuazione di una raccolta di dati sulla formazione dello storico dell’architettura italiano, base necessaria per qualunque ragionamento. Si è proceduto a rilevare la presenza, all’interno dei curricola formativi universitari, di insegnamenti afferenti all’ambito disciplinare della storia dell’architettura (nella fattispecie il raggruppamento
ICAR 18), ma si è altresì tenuto conto di alcuni casi nei quali la storia dell’architettura viene insegnata all’interno di discipline diverse, come ad esempio, composizione o, più frequentemente, storia dell’arte o archeologia.
La natura volontaria della nostra appartenenza a OSA non ci ha permesso di arrivare, come avremmo voluto, a presentare qui oggi i dati nella loro completezza. Ma alcune considerazioni in anteprima possono essere brevemente accennate, tenuto conto che, quando possibile, la raccolta dei dati meramente quantitativi si è accompagnata allo studio dei programmi di insegnamento disponibili in rete. Emergono alcuni spunti di riflessione che, in ordine sparso, sottopongo agli ospiti di questa giornata.

Nell’insegnamento della storia dell’architettura la partizione cronologica si accompagna spesso e volentieri ad una diversa impostazione degli studi, quando addirittura non mette in campo finalità diverse. Ad esempio si veda il caso degli insegnamenti di storia antica, attestati con maggiore densità dove maggiori sono le vestigia del passato e la tradizione degli studi archeologici (quindi nelle facoltà siciliane, a Napoli e a Roma): il loro doveroso debito all’archeologia spesso diventa totale dipendenza e si registra frequentemente la generale assenza di una riflessione interdisciplinare a raggio più ampio, come dimostra la bibliografia annessa ai programmi di insegnamento. Normalmente ci si affida ad un buon manuale spesso scritto da archeologi, per lo più datato e, quando va bene si recuperano saggi o studi, reperibili nel circuito della grande divulgazione, talvolta molti anni dopo che sono stati pubblicati su riviste specializzate.
Non credo sia un caso se la monumentale Storia dell’architettura italiana dell’Electa non contempli il percorso antecedente il Rinascimento.
La differenza di impostazione si percepisce però ancora maggiormente nel caso della storia dell’architettura contemporanea. Da un punto di vista quantitativo, gli insegnamenti di contemporanea o moderna sono nettamente superiori a quelli delle altre partizioni cronologiche. La differenza è sensibile anche relativamente alle finalità, laddove è evidente il più delle volte il diretto riferimento al côté operativo e cioè la stretta correlazione con gli insegnamenti compositivi e progettuali. Questo è vero al punto che in talune facoltà si ha un’inversione nell’avvicendarsi degli insegnamenti di storia, anteponendo la storia recente, funzionale, come si è detto, anche ad altre discipline, rispetto alla storia più antica, considerata forse puro arricchimento culturale. E quando questo non avviene, gli insegnanti di progettazione (mi è stato riferito da uno degli interessati) suppliscono alla mancanza improvvisando veri e propri corsi di storia propedeutici alla formazione progettuale e compositiva.
Emerge, quindi, il complesso nodo delle “storie dei non storici” e il rischio che una buona cultura architettonica sia giudicata sufficiente per potersi improvvisare storico, con le inevitabili conseguenze che qui non mi dilungo a dire.

Un altro tema interessante è quello dei cosiddetti manuali, testi che stanno diventando cruciali a fronte del mutamento in atto a seguito della riforma universitaria. Mi riferisco in particolare all’intensificazione del percorso formativo spesso racchiuso in un modulo della durata di pochi mesi, e al contempo della proliferazione dei corsi distribuiti nelle numerose lauree triennali. Non è più possibile – e lo dico per esperienza personale – mettere in programma i numerosi testi di approfondimento che hanno accompagnato la formazione ancora della mia generazione, ma è necessario concentrare il più possibile gli sforzi degli studenti, che devono velocemente avvicendare esame dopo esame per non rimanere indietro, pena il declassamento della facoltà agli infimi gradi della classifica (e la perdita dei finanziamenti!). Ciò però ovviamente va a detrimento di una preparazione meditata e approfondita e incentiva la “bignamizzazione” di quella che già è una sintesi, magari di mille anni di storia…

Infine, balza agli occhi la presenza del nuovo corso di laurea in ingegneria edile architettura, molto in auge fra gli studenti (a Bologna, pochi giorni fa si sono presentati al test di accesso quasi 400 studenti per 160 posti). La quota di materie umanistiche, superiore agli altri corsi di ingegneria, vede la storia fare incetta di crediti e attestarsi fra gli insegnamenti caratterizzanti il corso di studi. Ma questa storia, insegnata ai futuri ingegneri, è la medesima che viene insegnata agli storici dell’arte o agli architetti? E qui si ritorna alla questione se la storia dell’architettura sia una disciplina autonoma o sia ancella per altre discipline.

Entrando nel vivo del tema odierno, veniamo alla formazione post-laurea.

Quanto ai master, relativamente all’ambito disciplinare della storia dell’architettura, si segnala l’assoluto primato del Master Europeo in Storia dell’Architettura, diretto da Giorgio Ciucci (Roma Tre), giunto alla sua 5° edizione.
Lo IUAV, infatti, aveva impostato anch’esso un master in Storia dell’Architettura Moderna, che però non è mai partito.
Rileviamo, inoltre, sul sito della Sapienza, che la prima Facoltà di Architettura, Quaroni, aveva in animo di far iniziare quest’anno, diretto da Vittorio Franchetti Pardo, un Master in Storia dell’architettura e della città con particolare attenzione all’Italia centrale fra medioevo ed età moderna, come si legge dall’intestazione, master il cui avvio sembra però rinviato.
Altre esperienze si possono segnalare nelle quali la storia è presente, ma funzionalmente a discipline diverse. E’ il caso, sempre ospitato da Roma Tre, del Master Internazionale Architettura Storia e Progetto, coordinatore Mario Manieri Elia, che ha un contraltare nel Corso di Perfezionamento dal titolo Storia della progettazione architettonica, col medesimo coordinatore, ma con meno ore e crediti (500ore/60 crediti vs 120ore/15 crediti).
A Torino, diretta dalla prof. Comòli, esiste una scuola di specializzazione biennale in Storia, analisi e valutazione dei beni architettonici e ambientali, aperta ai soli architetti e ingegneri. Con la stessa dizione, ne è presente una anche a Firenze.
Tralascio qui di approfondire la trattazione di Master e Scuole di specializzazione finalizzate alla conservazione e gestione dei beni culturali o al restauro dei monumenti, abbastanza numerose e distribuite più o meno su tutto il territorio e con una buona quota di insegnamenti di storia dell’architettura nei loro programmi.
Si segnala, a titolo esemplificativo, il caso di Milano che nelle sue varie sedi ha master in: Architettura del paesaggio agricolo, Progettazione e conservazione del paesaggio, Restauro del moderno, Sistemi museali nel territorio per la conservazione e valorizzazione dei patrimoni diffusi, oltre a una scuola di specializzazione in restauro dei monumenti. Nessuna di queste esperienze è a vocazione prettamente storica ma tutte sono comprensive di un certo numero di insegnamenti della disciplina.

Venendo, infine, ai dottorati e, in particolare, a quelli strettamente disciplinari, la presenza più diffusa riguarda il corso di Storia dell’architettura e dell’urbanistica (o della città), presente in 5 sedi, insieme a quello di Storia e critica, presente a Torino e a Napoli, e a quello di Storia e Conservazione, presente a Genova e a Palermo.
Interessante è l’esperienza del Dottorato d’eccellenza in Storia dell'architettura e della città, scienze delle arti, restauro nato col XIX ciclo (a.a. 2003-2004)(nota 1) all’interno della Fondazione di Studi Avanzati di Venezia, diretto da Donatella Calabi e con forte identità internazionale e multidisciplinare (nota 2).
Vi è poi anche in questo caso da tenere conto dei dottorati in cui la storia non figuri fra gli obiettivi formativi principali ma faccia comunque parte del programma di lavoro ed altresì di quei dottorati, attivi soprattutto nelle facoltà di ingegneria, a composizione mista, ove è possibile, volendo, condurre ricerche di carattere eminentemente storico (ad esempio, attualmente, a Tor Vergata o Ancona)
Il dato quantitativo su cui non mi soffermerei oltre diventa significativo, però, se si pensa che in teoria ogni anno vengono immessi sul “mercato” una quantità di storici dell’architettura nettamente superiore rispetto al numero assai più basso di concorsi per ricercatore corrispondenti. Nel 2005 sono stati banditi, per il raggruppamento disciplinare ICAR 18, ben 3 posti (nota 3).

Ecco il nucleo vivo della riflessione odierna: cercare piste di riattribuzione di senso ad un’occasione, quella del dottorato, ovunque, sempre più depauperata degli obiettivi primari di alta formazione che aveva in origine. Quale è dovrebbe essere oggi lo specifico del dottorato?
Credo, senz’altro, la trasmissione di metodologie e di contenuti avanzati che mettano il giovane studioso nelle condizioni di allinearsi all’ estremo superiore della ricerca e non a produrre lavori già vecchi ancora prima di essere cominciati.
Il dottorato che dovrebbe essere il momento di massima specializzazione post-laurea, è invece ormai divenuto la cenerentola degli atenei.
Non gli vengono attribuite risorse per qualificare la sua didattica, per permettere a tutti gli allievi di essere adeguatamente sollevati dal problema della propria sussistenza, per garantire strutture e vie preferenziali alla ricerca.
A livello centrale, non ci risulta che ci siano forme di coordinamento, quali banche dati dei dottorati, ma anche - ancora più interessante - banche dati delle tesi di dottorato. Qualche associazione, come l’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori Italiani), ha tentato di costruire delle raccolte ma al momento sembra tutto molto fermo. Anni fa a Torino si tentò un coordinamento fra dottorati di architettura tramite il gruppo di Phileas, ma anche questa esperienza si è purtroppo esaurita.
Alcune informazioni si possono evincere dai siti delle singole facoltà, anche se spesso non vi è attenzione precipua a questo tema o gli aggiornamenti tardano a venire.
E’ perciò alquanto complicato riuscire a costruire un quadro nazionale, anche solo della distribuzione dei dottorati, non parliamo poi di una mappatura che consenta di cogliere i germi di novità o interpretare le linee di ricerca delle singole scuole.
Basterebbe un portale nazionale con link alle varie sedi che, dal canto loro, dovrebbero impegnarsi ad allestire e tenere aggiornato un data base con informazioni su dottorati, dottori di ricerca e argomenti di studio (notizie peraltro già presenti nella documentazione amministrativa di ogni dipartimento). All’alba del terzo millennio non dovrebbe essere cosa impossibile...
Un’ultima considerazione va fatta. Se l’università, allo stato attuale, non è in grado di assorbire tutti i dottorandi che diploma, in un campo come la storia dell’architettura che prospettive vi sono?
Non varrebbe la pena di impegnarsi in modo strutturale per promuovere l’autonomia della figura dello storico dell’architettura anche al di fuori del mondo accademico? Riteniamo però che sarebbe necessario che fosse l’Università a farsi primo motore di questo processo.
Dottorati espressamente dedicati, per non parlare del Master di Roma 3, creato per attribuire professionalità la figura di Storico dell’Architettura, portano alla diretta conseguenza che esiste una figura professionale di Storico dell’Architettura.
Finchè non verrà redatto, come hanno gli Archeologi, un albo degli storici dell’architettura, o comunque finchè non si avrà un riconoscimento giuridico della professione, l’Università è l’unico garante della serietà della qualificazione, tramite i criteri selettivi di accesso e l’eccellenza della formazione.
A questo punto, però, andrebbe cercata una sinergia con le risorse del territorio per avviare canali preferenziali di attenzione da parte di quegli enti pubblici e privati a carattere culturale inerenti la nostra disciplina, tenendo altresì conto del fatto che ormai in Italia non è possibile pensare ad uno sviluppo edilizio illimitato, ma sarà sempre più frequente il problema o della demolizione, o, altrimenti, del recupero e conservazione del patrimonio storico.
Penso anche agli urban center (per non citare il solito caso delle soprintendenze) o ai musei della città, ed anche alle case editrici o alle fondazioni bancarie, quest’ultime sempre più in prima linea nel finanziamento di manifestazioni culturali di promozione della città. Lo sviluppo locale non è solo urbano, e potrebbe avere nello storico dell’architettura un formidabile interprete del genius loci attraverso gli studi storici sul paesaggio o sull’architettura spontanea, creando un plafond scientifico irrinunciabile per gli attori della promozione del territorio.
Alla domanda, quindi, se abbia ancora senso studiare, o meglio lavorare nell’ambito della storia dell’architettura, la risposta non può che essere affermativa, purchè vi sia da parte di tutti i protagonisti la consapevolezza dell’urgenza di un problema che è prima di tutto culturale.

Maria Beatrice Bettazzi

note:
1
Suddiviso in 3 indirizzi: Storia dell’architettura e della città, coordinato da Howard Burns; Filosofia e storia delle arti applicate, del disegno industriale e delle teorie estetiche, coordinato da F. Rella; Conservazione e restauro dei beni architettonici, coordinato da Eugenio Vassallo.
2 Oltre ad un nutrito comitato scientifico di docenti afferenti allo IUAV, compaiono, fra gli altri, Jean Louis Cohen (Paris VIII e New York University); Yves Hersant (Ecole des Hautes Etudes in Sciences Sociales).
3 Napoli Federico II a Ingegneria; Roma, Architettura 1, Quaroni; Roma, Architettura 2, Valle Giulia.


Vai alla pagina speciale sugli esiti dell'incontro "Futuro del Classico"
Alcune considerazioni sui primi esiti della ricerca dell'O.S.A.



 
 

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