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Risorse - Biblioteca- Gli archivi degli storici

 

Bruno Zevi. Le radici di un progetto storico 1933-1950.
Autore Roberto Dulio

Tesi di dottorato in storia dell’architettura e dell’urbanistica, XV ciclo Politecnico di Torino
tutor: Fulvio Irace
coordinatore: Carlo Olmo
Torino 2003

Abstract

Bruno Zevi (1918-2000) riveste senza dubbio un ruolo rilevante all’interno della cultura architettonica italiana, nella quale ha mantenuto dal dopoguerra ad anni più recenti, pur se con modi ed effetti diversi, la marcata riconoscibilità di un necessario punto di riferimento e di confronto. La sua attività è stata finora oggetto di numerosi saggi e articoli, ma di rari sforzi sistematici di indagine, soprattutto riguardo gli anni della formazione. Parallelamente è da rilevare come una buona parte dei tentativi di inquadrare tale attività in una prospettiva storica abbia preso il via dall’iniziativa dello stesso Zevi o abbia trovato un sostanziale riferimento nella sua autobiografia .
In seguito alla morte di Zevi e alla creazione, nel 2002, di una Fondazione a lui dedicata che vede tra i suoi scopi la conservazione del patrimonio documentario e librario del critico e storico dell’architettura, è stato possibile compiere, per la prima volta, uno studio sistematico dei suoi documenti e della biblioteca – dei quali la tesi costituisce, fino ad ora, l’unico ordinamento a cui riferirsi – dai materiali più noti, ad altri meno conosciuti ed ovvî, ma ugualmente, e forse maggiormente, significativi, fino al confronto con i documenti conservati in altri archivi. Lontano dal definire i tratti di una impossibile biografia, la tesi di dottorato intende far emergere i contorni di un ruolo complesso e problematico, che intreccia ed unifica in un unico percorso i diversi campi – culturali, politici, sociali – attraversati, concentrandosi espressamente sugli anni della formazione e della prima attività.
Per questo motivo si è scelto di circoscrivere questa ricerca al periodo compreso tra due date, 1933 e 1950, che coincidono rispettivamente con la pubblicazione del primo articolo di un giovanissimo Bruno Zevi e della sua nota e fortunatissima Storia dell’architettura moderna . Ovviamente il termine ad quem del 1950 ha una valenza, oltre che simbolica, del tutto convenzionale: si tratta di delimitare un terreno di lavoro sul quale lo sguardo spazia necessariamente oltre i limiti definiti. Limiti largamente scavalcati dal compiersi del progetto storico zeviano, il quale non si concluderà certo nel 1950, ma si protrarrà nell’arco di una intera vita.
Se il ruolo di Zevi diventa più evidente e verificabile dopo il 1950, sono proprio gli anni della formazione a determinare le scelte che avverranno più tardi. E appunto quegli anni rappresentano il periodo privilegiato della ricerca. Periodo speso tra l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, sino al rientro in Italia prima della fine della guerra: i giorni dell’impegno, anche politico, profuso per mettere a punto e divulgare una nuova “idea” di architettura. Così come la figura di Zevi assume un ruolo di primo piano per quanto riguarda l’aggiornamento di una disciplina, la storia dell’architettura, che stagnava ormai nelle secche di un attardato positivismo.
Prima di Zevi, solo alcuni storici dell’arte avevano compiuto qualche tentativo di rinnovamento della storia dell’architettura, ma tali sforzi non avevano avuto seguito. O meglio non avevano inciso sulla cultura architettonica dell’epoca, che nelle frange più avanguardiste si voleva slegata dalla storia – se non intesa nei termini di un astratto “spirito classico” o di una simbolica “mediterraneità” – e in quelle più conservatrici assumeva ben altri modelli. Il progetto storico zeviano vede le sue origine proprio negli anni in cui Zevi entra in contatto sia col modello di ricerca e insegnamento di Gustavo Giovannoni, di cui raccoglierà comunque la contestata eredità, sia con gli stimoli offerti dagli storici dell’arte, e dal loro dialettico confronto con l’estetica crociana.
Ma tale percorso prende corpo gradatamente, mentre spesso il suo progressivo compimento è stato schiacciato, compresso, fino a vedere nell’inizio dell’attività critica di Zevi, che avviene ufficialmente nel 1945 con la pubblicazione di Verso un’architettura organica , una assoluta consapevolezza del suo svolgersi. Comincia invece allora a prendere corpo una riflessione teorica dai toni contraddittori e problematici, la cui maturazione costituisce l’inizio, ma non già la compiutezza, della sua attività critica, che comincia a mostrare i segni di una certa sistematizzazione solo tra il 1948, con la pubblicazione di Saper vedere l’architettura , e il 1950, appunto con la Storia.
Tale itinerario, che si svolge tra la fine degli anni Trenta e quella degli anni Quaranta, non vede nelle vicende che portano alla pubblicazione della Storia dell’architettura – con le quali termina di fatto la tesi – un punto di conclusione. Esse rappresentano invece il definirsi del successivo stadio di quel progetto storiografico che sarà compiuto da Zevi negli anni seguenti. Un progetto storiografico maturato su una formazione slegata da una scuole specifiche, essenzialmente autodidatta, la cui analisi presenta tutte le difficoltà del caso, e impone di dover procedere con cautela, verificando le ipotesi sia nel concreto confronto coi documenti e i materiali d’archivio, sia nell’ideale valutazione dell’influenza di alcuni elementi, se non addirittura nella personale interpretazione dello stesso Zevi. In questo senso è stato molto utile poter disporre dei primi scritti e della biblioteca dello studioso, insieme al ricorso ad una serie di fonti bibliografiche sulla storiografia dell’architettura e dell’arte, negli ultimi anni sempre più attente a raffinate, ma anche sul ruolo e la formazione dei giovani intellettuali tra le due guerre.
La ricerca ha cercato di evidenziare quali siano stati i primi approcci del giovane Bruno Zevi, ancora studente liceale, alla critica d’arte unitamente a quella architettonica. Oltre che dalla filosofia crociana, nel 1935 l’attenzione di Zevi è subito attratta dalla figura di Lionello Venturi – ormai esule dopo aver rifiutato il giuramento di fedeltà che il Regime aveva preteso dai professori universitari – e dagli sforzi che lo storico dell’arte stava compiendo per superare i contrasti tra l’unità metodologica della storia – civile, letteraria e artistica – invocata dall’estetica crociana e l’ambito specifico della critica d’arte. Lionello Venturi, figlio di Adolfo, sottolineava infatti la specificità dell’arte figurativa, specificità che rendeva evidente storicizzandola nel contesto del gusto – le preferenze dell’artista – e nella storia della critica. Cercava inoltre di attualizzare lo stesso concetto di gusto stabilendo un raffinato e ideale rimando tra certe linee dell’arte moderna, segnatamente l’impressionismo, e quella dei primitivi: Giotto, Cimabue e gli altri gli artisti medioevali italiani.
Ma parallelamente agli stimoli di Venturi, che iniziano ad influenzarlo anche in un campo più strettamente politico, Zevi si trova a contatto, all’interno dell’Università romana nella quale si era nel frattempo iscritto al corso di Architettura, ad una diversa storia dell’architettura, una storia “fatta” dagli architetti. Si trattava della proposta di Giovannoni, che non si esauriva nella ricerca, ma che vedeva il suo compimento nella definizione dell’“architetto integrale”. Un architetto che, tra le altre specificità delle sua figura professionale, avrebbe usato materialmente la storia come strumento per la progettazione, senza il filtro idealistico e con ben altre predilezioni rispetto a Venturi. Su Zevi agiranno, in maniera anche contraddittoria, entrambi questi atteggiamenti, seppure con una propensione, dichiarata ed evidente, per l’esempio di Venturi, rispetto a quello di Giovannoni. «Io volevo fare il letterato, il critico d’arte» , dichiarerà in anni recentissimi Zevi, e ancora: «In fondo io volevo essere in architettura quanto Lionello Venturi era stato in pittura» .
Ma la rielaborazione di questi riferimenti, avverrà lentamente, e ad essi si sommeranno gli stimoli offerti da un panorama che si espande ben oltre i confini nazionali. Gli orizzonti si apriranno forzatamente: dopo il 1938, a causa delle leggi razziali, Zevi, ebreo, lascia prudentemente l’Italia, prima per una breve permanenza a Londra, e poi, dal 1940, negli gli Stati Uniti, dove rimane fino al 1943, per poi giungere nuovamente a Londra, e ritornare definitivamente in Italia nel 1944.
Nonostante le possibilità offerte dal dibattito culturale che si stava svolgendo nella capitale inglese, dove avevano trovato rifugio dalla Germania nazista, o dalle altre aree sotto il suo controllo, un gran numero di intellettuali, artisti e architetti – tra i quali Nikolaus Pevsner, Rudolf Wittkower, Walter Gropius, Marcel Breuer – Zevi rimane abbastanza estraneo da tali fermenti, iniziando invece a mettere a punto una concreta azione antifascista, e per il resto rielaborando gli strumenti critici già acquisiti in Italia. Pur continuando la sua formazione presso la Architectural Association, ed entrando sicuramente in contatto con certe nuove proposte storiografiche – prima di tutte quella di Pevsner, che nella capitale inglese aveva pubblicato nel 1936 il suo Pioneers of the Modern Movement from William Morris to Walter Gropius – Zevi non mostra inizialmente una grande attenzione per questi fatti.
Nel 1940 Zevi si trasferisce negli Stati Uniti, prima a New York, per un breve periodo alla Columbia University, poi a Cambridge Mass., alla Graduate School of Architecture (GSD) di Harvard. Se il periodo londinese non aveva avuto grandi ripercussioni, quello harvardiano segna un profondo stacco all’interno del suo percorso culturale. La diversa proposta didattica della GSD, in cui Walter Gropius era chairman del Department of Architecture, avrà delle ovvie conseguenze sulla sua formazione, ma sarebbe sbagliato calare semplicemente sulla figura di Zevi dei modelli culturali che in realtà furono elaborati in maniera del tutto personale, spesso contraddittoria, e in direzioni assolutamente inattese.
Durante la permanenza americana, al centro dell’attenzione di Zevi non c’era affatto Frank Lloyd Wright, come spesso egli stesso ha affermato. Anzi, all’interno della GSD la figura di Wright era vista come quella di un precursore, un pioneer, messo in secondo piano, se non avversato, dall’impostazione della scuola in cui, prima che sorgessero contrasti tra Walter Gropius e il dean Joseph Hudnut, era Gropius a costituire l’ideale punto di riferimento degli studenti, Zevi compreso. Comunque, durante gli studi, e soprattutto dopo il conseguimento del bachelor in architecture, nel 1942, l’impegno di Zevi sarà dedicato quasi esclusivamente all’attività politica: un militante antifascismo esercitato come speaker per una serie di trasmissioni radiofoniche dirette all’Italia. Così, insieme ad una serie di contatti con le personalità emergenti dell’antifascismo storico, come Gaetano Salvemini e Lionello Venturi, è la situazione italiana a rappresentare il centro degli interessi di Zevi, e in Italia Zevi decide di ritornare nell’estate del 1943.
Fallito il tentativo di rientrare in Italia, Zevi si ritrova nuovamente a Londra. Parallelamente al suo impegno nell’United States Army, inizia a interrogarsi sul senso e sulle modalità della storia dell’architettura, ponendosi una serie di quesiti per rispondere ai quali inizia una ricerca più ampia, approdata poi, seppure provvisoriamente, a Verso un’architettura organica.
Una storia dell’architettura quindi, ma quali erano gli esempi a cui guardare? La storia di quale architettura? Come connettere le sue ambizioni di critico con le necessità tecniche e sociali dell’architettura, cioè quegli aspetti che, durante la permanenza negli Stati Uniti, erano emersi come necessità irrinunciabili? Come proporre un modello storiografico utilizzabile anche come proposta politica? Come ricollegare la storia all’attività degli architetti senza ricadere nelle ambiguità giovannoniane o nelle proposte piacentiniane? Come attuare anche in Italia – dove Zevi riesce finalmente a ritornare nell’estate del 1944 – quell’idea di tradizione moderna che era già stata proposta nei lavori di Henry-Russell Hitchcock, Nikolaus Pevsner e Sigfried Giedion? Come differenziare la sua proposta da queste ultime?
E ancora: quale modello di tradizione moderna, e con che riflesso politico, proporre in Italia dove i tentativi dell’avanguardia avevano palesemente ambito il riconoscimento del Regime? Ma soprattutto quale strada seguire per formulare un modello non solo per l’Italia ma per un contesto più ampio possibile? Certo con Verso un’architettura organica, pubblicato nel 1945, Zevi non avrebbe risposto a tutti questi quesiti, ma è proprio nella preparazione di quella che si può considerare la sua opera prima, che vengono poste in gioco la gran parte delle caratteristiche, culturali e strategiche dei successivi lavori, in primo luogo la figura di Wright, che viene paradossalmente “scoperto” durante la seconda permanenza a Londra, tra il 1943 e il 1944.
Contemporaneamente Zevi persegue una posizione di equilibrio tra attività accademica, critica e professionale; ambiti che prima della guerra erano stati, e per certi versi continuavano ad essere, prerogativa di una ben nota cerchia di architetti. Ecco allora, appena guadagnata un certa autonomia dall’United States Information Service (USIS), per cui Zevi continuava a lavorare in virtù della sua appartenenza all’United States Army, la proposta zeviana: l’Associazione per l’architettura organica (APAO), “Metron” e, seppure per breve tempo, “A”. Ossia una materiale alternativa alla formazione universitaria ufficiale, e nuovi strumenti di dibattito e di tendenza, come le due riviste furono, o come Zevi cercò di farle diventare, insieme anche ad evidenti tentativi di promuovere un forte rinnovamento professionale degli architetti. Il tutto regolato dal pragmatismo e dall’attitudine divulgativa – più che dall’effettiva sostanza – maturate nell’ambito della cultura americana.
Zevi si trova a questo punto in una situazione privilegiata: ha completato la sua formazione di architetto prima alla Architectural Association di Londra e poi alla GSD di Harvard; ha preso parte all’attività antifascista in America, e in questo frangente è entrato in contatto con personalità come quelle di Lionello Venturi e Carlo Sforza, che nei diversi settori avranno un certo peso nella situazione italiana del dopoguerra; ha già pubblicato Verso un’architettura organica; ha ricoperto in Italia un ruolo riconosciuto dalle autorità americane e italiane, e nella stessa veste ritorna in America per un breve viaggio, fra il 1945 e il 1946, contattando architetti storici e critici, giungendo in Italia con una grande quantità di materiali ancora poco noti in Europa. Tutto ciò gli permette di giocare le sue carte inserendosi all’interno di un dibattito culturale in cui difficilmente, senza questi requisiti, egli avrebbe potuto trovare spazio, e in cui la sua figura diviene sempre più evidente e riconoscibile, fino a incarnare miticamente il trait d’union fra Italia e America.
La conclusione della tesi ruota intorno alla pubblicazione di Saper vedere l’architettura ed a quella della Storia dell’architettura moderna. Proprio in questi anni cominceranno a combinarsi la visione pragmatica acquisita durante gli studi negli Stati Uniti e quel bagaglio critico che Zevi aveva raccolto prima di allontanarsi dall’Italia, e a cui ora rimetteva mano, iniziando a precisarne i termini. Le osservazioni di Manfredo Tafuri riguardo «l’integrazione tentata da Zevi del metodo analitico della “scuola di Vienna” con l’eredità crociana e con una volontà di intervento diretto della storia nell’azione contingente» , piuttosto che quelle di Paolo Portoghesi circa le «letture che più hanno influito sulla sua formazione: da Schmarsow a Wölfflin, a Riegl, a Lionello Venturi» , appaiono corrette se – con l’eccezione di Croce e Venturi da sempre presenti nell’orizzonte critico zeviano – riferite ai tentativi che prenderanno corpo durante lo sforzo di sistematizzazione che Zevi affronta per la stesura di Saper Vedere l’architettura, che uscirà nel 1948. Successivamente, tra il 1948 e il 1950, Zevi porta a compimento quella chiarificazione necessaria che vedrà nella pubblicazione della Storia non già la conclusione, ma la concreta impostazione del suo progetto storico.
Sono anni, quelli dell’immediato dopoguerra, nei quali vengono precisati i termini di una formazione in bilico tra storia dell’arte, architettura, politica; catalizzata dalle attitudini personali di Zevi, che negli Stati Uniti avevano reagito al contatto di altri atteggiamenti culturali. Come connettere le sue ambizioni di critico, di vocazione crociana e quindi assertore dell’autonomia dell’arte, con la realtà tecnica e sociale dell’architettura, cioè quegli aspetti pragmatici che erano emersi maggiormente durante la permanenza a Londra e poi negli Stati Uniti? Come riuscire a rendere esplicita «nel lavoro degli architetti contemporanei, l’indissolubile unità dei compiti sociali, tecnici e artistici» . Ma soprattutto, anche se meno esplicito, come coniugare una proposta artistica ad una vocazione politica proprio là dove il ricorso a Croce avrebbe inibito tale presupposto?
Era necessaria una metafora – come lo era stata Per Lionello Venturi quella della pittura medioevale – i cui termini troveranno un primo esaustivo collaudo dopo la loro impostazione, iniziata in Verso un’architettura organica e Saper vedere l’architettura, nella Storia. Parallelamente inizia la difficile conciliazione zeviana tra l’invocazione di un modello architettonico riconducibile, moralmente, alle necessità sociali e tecniche – tanto più urgenti nel contesto della ricostruzione – e il ricorso, come esempio, alle opere di una personalità assolutamente individualista come quella di Wright, e come lo sarebbero state, nelle successive preferenze zeviane, quelle di Michelangelo, Borromini, fino a Gehry.

1) Bruno Zevi, Zevi su Zevi, Editrice Magma, Milano 1977, ripubblicato come: Zevi su Zevi, architettura come profezia, Marsilio, Venezia 1993.
2) Bruno Zevi, Il Fascismo ed il teatro lirico, in «Anno XII», n. 5, 10 dicembre 1933, pp. 13-15.
3) Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, Einaudi, Torino 1950.
4) Bruno Zevi, Verso un’architettura organica. Saggio sullo sviluppo del pensiero architettonico negli ultimi cinquant’anni, Einaudi, Torino 1945.

5)
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura. Saggio sull’interpretazione spaziale dell’architettura, Einaudi, Torino 1948.
6) Zevi. Un brindisi alla vita
, (intervista a Bruno Zevi di Corrado Corradi), In «InarCassa», n. 99, gennaio-marzo 1999, pp. 70-74, ripubblicato come: Intervista a Bruno Zevi: Zevi un brindisi alla vita, in La Facoltà di Architettura dell’Università di Roma “La Sapienza” dalle origini al Duemila. Discipline, docenti, studenti, a cura di Vittorio Franchetti Pardo, Gangemi, Roma 2001, pp. 569-572.
7)
Bruno Zevi, Lionello Venturi e l’architettura, in Da Cézanne all’Arte Astratta. Omaggio a Lionello Venturi, Mazzotta, Milano 1992, pp. 13-15.
8)
Nikolaus Pevsner, Pioneers of the Modern Movement from William Morris to Walter Gropius, Faber & Faber, London 1936.
9)
Manfredo Tafuri, Architettura italiana 1944-1981, in Storia dell’arte italiana, parte II, Dal Medioevo al Novecento, vol. 3, Il Novecento, a cura di Federico Zeri, Einaudi, Torino 1982, pp. 423-550, riedito come: Storia dell’architettura italiana 1944-1985, Einaudi, Torino 1986, p. 12.
10) Dialogo con Paolo Portoghesi per comprendere l’architettura
, Officina, Roma 1989, p. 29.
11)
Bruno Zevi, Verso un’architettura organica…, cit., p. 13.

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