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Edilizia
rurale e cultura progettuale a Milano e in Lombardia. Dagli anni
Trenta al secondo dopoguerra
Autore
M. Teresa Feraboli
Tesi di dottorato di Ricerca
in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica
XVI ciclo, Politecnico di Torino, 2004
tutor: Prof. Fulvio Irace
coordinatore: Prof. Carlo Olmo
Abstract
La tesi affronta un capitolo strategico
del paesaggio dell’architettura italiana del secolo scorso,
mettendo a fuoco i rapporti tra edilizia rurale e cultura progettuale
nell’arco di circa mezzo secolo, dagli anni Trenta al decennio
della “grande ricostruzione”.
L’assunto di partenza infatti è la sostanziale continuità
tra le ipotesi elaborate negli anni tra le due guerre da settori
di punta della cultura razionalista e le teorizzazioni avanzate
già all’indomani del conflitto da urbanisti e architetti
interessati al più vasto problema della riorganizzazione
del territorio metropolitano. Sostenuta dalla presenza dei medesimi
attori, tale continuità conosce tuttavia un significativo
salto di scala quando, all’indomani del conflitto mondiale,
si salda al piano nazionale della politica delle abitazioni e
dell’abolizione del latifondo: collegandosi al tema della
“casa popolare”, di cui a tutti gli effetti si propone
come una variazione tipologica. La “casa rurale” ,
infatti , diventa campo di applicazione di studi e di realizzazioni
aventi come ambizioso obiettivo la pianificazione razionale del
paesaggio antropizzato e, in taluni casi, anche l’utopia
di veri e propri insediamenti organicamente connessi alla dimensione
regionale della realtà sociale e produttiva.
Passando al vaglio una cospicua messe di documenti in larga parte
inediti, la tesi pone in primo piano gli attori di un dibattito
che, soprattutto nell’area della pianura padana, ha prodotto
il consolidarsi di importanti risultati tecnici e di iniziative
sperimentali attinenti al tema di una possibile ferme radieuse
italiana. All’ombra della Storia dell’Architettura,
la “cenerentola” dell’edilizia abitativa –
la casa rurale – è stata infatti il nodo di confluenza
di una rete di saperi sociali, d’ingegneria del territorio,
di urbanistica e d’architettura, oltre che il punto di convergenza
di iniziative sociali di Enti pubblici e privati di carattere
economico e assistenziale.
Nel primo capitolo viene delineato
lo sfondo della tradizione scientifica lombarda, legata alle élites
culturali dell’agronomia e dell’ingegneria e si tenta
di ricostruirne i modelli di formazione e di divulgazione. L’ambito
della ricerca si focalizza su Milano,
simbolo della città industriale per eccellenza nel panorama
italiano e che, tuttavia, deve la sua iniziale ricchezza di capitali
all’attività agricola, oculatamente amministrata
dalla proprietà terriera. Il reinvestimento dei proventi
di tale settore nella nascente industria, infatti, contribuì
a trasformare radicalmente la fisionomia economica della Lombardia.
Oggi, la traccia più evidente del recente passato della
metropoli milanese rimane nella perimetrazione del Parco Agricolo
Sud di Milano, ma si può leggere anche nella storia delle
istituzioni universitarie, dal Politecnico alla facoltà
di Agraria, nella presenza della sede della Società Agraria
di Lombardia e nell’incremento di studi e pubblicazioni
di settore a cavallo tra il XIX e il XX secolo. L’esistenza
del "Giornale dell’Ingegnere, Architetto ed Agronomo",
inoltre, edito a Milano già dal 1853, dimostra una riconosciuta
tangenza di interessi tra tali professionisti, che permane almeno
fino ai primi anni Cinquanta del Novecento, nonostante lo svilupparsi
di sempre più specifiche tipologie di studi. Proprio da
tali premesse si innesterà l’interesse del Razionalismo
per soluzioni abitative suggestionate dall’imprint etico
del vernacolarismo anonimo e, contemporaneamente, dal suggello
funzionale dello “standard” come sperimentazione a
scala reale della giustezza costruttiva e distributiva del tipo.
Nel secondo capitolo si affronta la problematica del ruralesimo
all’incrocio di diverse ideologie: quella igienista degli
ingegneri, quella tipologica degli architetti, quella ideologica
della politica di regime. Fattore significativo è l’equiparazione
ideale dei diritti dei contadini e di quelli degli operai che
induce i tecnici più sensibili a proporre la costituzione
di un apposito ente per la costruzione di case per lavoratori
agricoli analogo all’Istituto Case Popolari. Vengono dunque
confrontate l’ampiezza del dibattito e la limitatezza delle
effettive realizzazioni: da un lato i convegni e le sperimentazioni
dimostrative durante Fiere specialistiche, le ipotesi di pianificazione
di Luigi Dodi, i progetti “rurali”
di Piero Bottoni, le proposte “urbanistiche”
dei Bbpr affiancati da Gaetano
Ciocca e, dall’altro, l’opera dell’Ufficio
tecnico dell’Ospedale Maggiore di Milano sotto la guida
di Cesare Chiodi. Nasce così
la consuetudine costruttiva della “casa Chiodi”, un
prototipo che media le esigenze dell’igienismo ingegneristico
e la ricerca tipologica architettonica. Largamente impiegato nelle
proprietà dell’Ospedale Maggiore, tornerà
ad esserlo – con i debiti aggiornamenti - negli anni Cinquanta,
estendendo la sua influenza ai modelli costruttivi applicati dagli
altri enti pubblici e morali milanesi, lo IACP (oggi Aler) e l’ECA
( oggi Iipab).
La saldatura della questione della casa contadina a quella della
casa operaia rende più complesso lo scenario operativo,
mentre la prospettiva di una ricostruzione che sia sinonimo di
riorganizzazione del territorio prima ancora che restauro delle
sue precedenti funzioni costituisce il terreno ideale per una
ricomposizione tipologica dell’abitazione. Di questo si
occupa il terzo capitolo, la cui titolazione prende le mosse da
un’esortazione di Gio Ponti
e del suo collaboratore Amos Edallo:
”le nuove case rurali devono sorgere paragonabili alle
più belle case operaie” (1).
Contemporaneamente all’intuizione della prossima avventura
editoriale di Ruralistica. Urbanistica rurale (2),
scritto da Edallo su suggerimento di Ponti, i due architetti affermano
l’importanza di creare uno IACP per le case rurali, inserendosi
così nel ciclo di proposte formulate dagli ingegneri agrari
e sostengono la necessità di equiparare gli alloggi rurali
a quelli operai (3).
Soprattutto, preannunciano la nuova civiltà dell’abitare
e del costruire di cui Ponti intende essere la guida. Analogo
atteggiamento è quello di Gaetano
Ciocca, ingegnere progettista di una “casa rurale
prefabbricata” già nel 1935; ammirato dallo stesso
Ponti, è il mentore di una ricostruzione “tecnica
e morale” che si avvale del contributo degli industriali,
del sostegno dello Stato e della formazione delle maestranze.
Anche grazie alla redazione di “Stile”, dove i diversi
professionisti hanno modo di incontrarsi, nasce un team di lavoro
costituito da Ciocca, Edallo
e dal suo collega Luigi Mattioni.
I tre lavorano insieme, sia pure in maniera discontinua, in funzione
di obiettivi comuni; in diverse occasioni partecipano al gruppo
anche Augusto Magnaghi e Mario
Terzaghi. Emerge, quindi, una ricca di trama di relazioni
e di collaborazioni che si estende dalla partecipazione a convegni
e concorsi, all’esecuzione di lavori significativi. Nel
1947 Edallo fonda il Centro Studi di Urbanistica rurale a Crema,
Mattioni e Ciocca danno vita al Centro di comparazione urbanistica
(4): si
supportano vicendevolmente in qualità di relatori o concorrenti
nei concorsi e convegni che promuovono per far conoscere ad un
pubblico più vasto l’apporto della ruralistica. Nello
stesso anno, insieme a Magnaghi e Terzaghi, si impegnano, ciascuno
con un proprio ruolo, nella realizzazione del QT8
e partecipano all’VIII Triennale. Ciocca, conservando come
fine ultimo il governo dei processi di organizzazione del territorio,
si spinge a propugnare la creazione di “poderi-scuola”
e “cantieri-scuola”, per educare le maestranze. L’ingegnere,
infine, cerca di fondere tutte queste esperienze in un compendio
esemplare, il progetto del quartiere di Cesate (5);
tale progetto appartiene ad un più vasto programma fondato
sulla prefabbricazione che ipotizza la costruzione di “villaggi
giardino”, aree residenziali integrate con il tessuto urbano
e abitazioni dotate di orto-giardino, realizzate in collaborazione
con le imprese costruttrici, le grandi industrie e lo Stato. La
speranza di ottenere l’appoggio ufficiale della Gestione
INA-Casa e di aprire così un “cantiere sperimentale”,
prima pietra del rinnovamento costruttivo italiano, svanisce lasciando
posto alla diversa interpretazione del problema data dai Bbpr.
Ciocca e Ponti sono, dunque, i principali mâitre à
penser di una ricostruzione idealizzata, capaci di avvalersi del
contributo da professionisti “minori”, dimostratisi
eccellenti comprimari.
Seguono alcuni interessanti saggi d’autore, come i progetti
per abitazioni rurali di Levi Montalcini,
Asnago & Vender, Bottoni,
Mucchi e Pucci,
ecc.: è il capitolo, appunto, dedicato al “ruralismo”
d’autore, che segna una svolta dall’apprezzamento
originario per l’architettura anonima della tradizione alla
costituzione di una nuova tradizione modellistica.
La tesi si conclude con l’analisi di un caso-studio rilevante:
Milano. Muovendo dallo studio di una delle più importanti
realtà assistenziali lombarde – l’Ospedale
Maggiore- si è cercato di delineare le linee di azione
di una pragmatica attenzione al miglioramento ambientale e produttivo
delle cascine e dei loro annessi, ponendo in risalto l’incontro
tra azione amministrativa e apporti d’eccezione, come quello
dell’ingegner Cesare Chiodi,
autore di un prototipo di casa colonica che da lui prese il nome.
In coincidenza con le aspettative suscitate dai programmi Ina
Casa e dalle iniziative tendenti al rilancio di una moderna cultura
dell’abitare, anche il tema dell’abitare in campagna
conobbe un significativo rilancio – come nel caso del villaggio
Mirasole - alimentato anche dal contributo di sociologi e politici
per il superamento dell’isolamento della casa rurale.
La mancata realizzazione di Mirasole suffraga un momento di crescita
indiscriminata della metropoli a scapito della conservazione del
territorio e segna la definitiva chiusura della stagione di grandi
ideali aperta dalla ricostruzione (6).
Questa è infatti destinata a cedere il passo ai dettami
legislativi dello Stato: nel 1960 viene promulgatala la legge
1676, che istituisce un piano di costruzione di case per lavoratori
agricoli dipendenti finanziato dal Ministero dei Lavori Pubblici.
L’elaborazione della
ricerca ha comportato l’impostazione del lavoro secondo
un itinerario che, cercando di svilupparne le molteplici sfaccettature,
si è snodato attraverso archivi privati e pubblici: gli
archivi privati degli architetti Amos
Edallo (Crema), Libero
Guarneri (Cremona), Luigi
Mattioni (Milano); i fondi pubblici
Mario Terzaghi
(CASVA) e Gaetano Ciocca,
Archivio del '900, Mart (Rovereto); gli archivi Piero
Bottoni e Cesare
Chiodi presso il Politecnico di Milano;
gli archivi storici dell'Ospedale Maggiore di Milano, delle Iipab
di Milano (ex Eca) e della Provincia di Milano. Sia dagli archivi
privati, sia dagli archivi pubblici è emerso un eterogeneo
e cospicuo numero di documenti in larga parte inediti che conferma
il ruolo propositivo e di riflessione teorica assunto dai progettisti
parallelamente al ruolo prettamente operativo e pratico svolto
dagli organismi istituzionali. I materiali più significativi
impiegati per delineare la complessità di relazioni e riflessioni
che ruotano interno al tema della "casa rurale" sono
stati raccolti nelle appendici della tesi.
(1)
Amos Edallo, Le nuove case rurali devono sorgere paragonabili
alle più belle case operaie, in “Stile”,
n. 26, febbraio 1943, pp. 4-8.
(2)
Amos Edallo, Ruralistica. Urbanistica rurale, Hoepli,
Milano 1946.
(3)
Archivio privato Amos Edallo (Crema), Corrispondenza con Gio Ponti.
(4)
Fondo Gaetano Ciocca, Archivio del '900, Mart (Rovereto), cio.III.5.78.
(5)
Fondo Gaetano Ciocca, Archivio
del '900, Mart (Rovereto), cio.VI.5.72.
(6)
Archivio Storico dell’Ospedale
Maggiore di Milano, Amministrazione, Studi e progetti.
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