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Adalberto Libera. I disegni del Centre Pompidou e dell’Archivio Centrale dello Stato.


Titolo Adalberto Libera. I disegni del Centre Pompidou e dell’Archivio Centrale dello Stato
Luogo Roma, Archivio Centrale dello Stato
Periodo 30 gennaio - 14 marzo 2004
A cura di Margherita Guccione, Alessandra Fassio per la DARC, Olivier Cinqualbre, Concetta Collura per il Centre Pompidou, Marina Giannetto per l’Archivio Centrale dello Stato
Catalogo Alessandra Fassio, Marina Giannetto, Margherita Gruccione,a cura di, Adalberto Libera nei disegni del Centre Pompidou e dell’Archivio Centrale dello Stato, Gangemi editore, Roma, 2004. (br., pp. 208, ill. e tavv. b/n, cm 17x24. ISBN: 88-492-0536-8. 20 euro)


Meglio precisare subito: non si tratta di un evento strabiliante. Tuttavia, e non solo perché si tratta di una delle magre offerte di mostre di architettura, è una visione riconciliante. Se si riesce a trovare il tempo di raggiungere l’EUR in una giornata di febbraio in cui Roma rifulge di un sole primaverile per visitare la mostra “Adalberto Libera. I disegni del Centre Pompidou e dell’Archivio Centrale dello Stato” si può cogliere l’occasione per tirarsi fuori dal fluire quotidiano e riflettere sul perché ci interessiamo di architettura.
Amore, dice Libera nel video che accompagna tavole, documenti e modelli, attraverso l’amore si apprende, dopo viene la conoscenza scientifica. Sulla leva dell’amore si muove questa mostra, per gli appassionati, gli amatori, l’incontro con i disegni di Libera è una piccola delizia. Per la conoscenza scientifica, invece, si trovano solo degli spunti rimandando l’approfondimento ad altre sedi.
Il luogo, senza dubbio, si presta: il quartiere non ha ancora perso lo smalto estraniante dei film di Antonioni e proietta in una dimensione altra rispetto alla città. Insieme allo spazio espositivo, all’interno dell’edificio dell’Archivio di Stato, si apre a un dialogo di rimandi più o meno espliciti a quanto viene proposto in mostra. Le due sale, nonostante non sfruttate al meglio, sono una collocazione piacevole e la presenza di una scalinata a dividerle restituisce il senso di sacralità archetipicamente connesso all’architettura inducendo alla contemplazione. Nel caso di Libera la relazione tra reale e trascendente è interessante: il suo rapporto con l’immanenza del progetto è espresso ad esempio dalla sua affermazione che per fare bene l’architetto si deve fare il direttore dei lavori. Ogni progetto rappresenta un caso singolo con caratteristiche proprie, un problema la cui soluzione non è un a-priori ma scaturisce dall’analisi delle caratteristiche specifiche, dal confronto con le condizioni pratiche, le quattro responsabilità, statica, estetica, economica, funzionale. Eppure a edificio realizzato, le sue architetture manifestano, spesso, delle qualità di astrazione, la trascendenza di un’idea sulla materia. Il confronto tra le immagini del cantiere e l’oggetto finito è sorprendente, si vede l’idea svincolarsi dalla gabbia di impalcature, manifestarsi attraverso un processo di incarnazione che non prescinde dal materiale ma lo sublima. E’ il caso, solo uno dei tanti, dei marmi degli interni del Palazzo dei ricevimenti e dei congressi, preziosi tessuti di rivestimento. La bellezza non si cerca, si trova, è un valore spirituale, il contatto tra umanità e divinità.
Se questo o altri messaggi arrivino alle scolaresche adolescenti diligentemente condotte a vedere la mostra è difficile da valutare. A loro e al visitatore un po’ più navigato sono offerti documenti (detenuti dall’ACS ma presentati in copia), disegni che espongono le diverse scale dei progetti, qualche foto, plastici provenienti dal Mart e due video. Complessivamente è disponibile tutta la gamma possibile di oggetti espositivi ma a questo punto, come in tutte le storie d’amore, si ingenerano le prime delusioni: la concentrazione di tante istituzioni importanti, ACS, Centre Pompidou, Darc, Mart, poteva far sperare in una messa in campo più imponente. Può una selezione così severa dei materiali di archivio rendere la misura della produzione di Libera? Può un ritratto appena tratteggiato restituire una fisionomia così complessa, originale, poliedrica? In forma di accenno non manca nulla, la scuola, l’attività per il Gruppo 7 e per il Gruppo Nazionale di Architetti Razionalisti Italiani, i suoi contatti, i suoi viaggi, la sua evoluzione progettuale, la sua attenzione al singolo elemento costruttivo, gli studi sullo spazio in relazione al corpo umano. Tuttavia è al video (“Adalberto Libera. Il migliore sono io” realizzato appositamente per la mostra assemblando fotografie e riprese cinematografiche d’epoca, tratte dalle teche RAI e dall’archivio dell’Istituto LUCE e immagini attuali commentate dalla voce narrante di Adalberto Libera, ma purtroppo interrotto da un problema tecnico) che bisogna far riferimento per vedere molti degli edifici non documentati dalla mostra e soprattutto per vederne la realizzazione rispetto all’elaborato cartaceo e lo stato di conservazione. Questo aspetto, spesso trascurato, non è secondario per comprendere i caratteri di permanenza di un’architettura, la sua capacità di dialogo e confronto con il presente senza dimenticare che sono le uniche immagini a colori presenti in mostra. Proprio le parti recenti del filmato, però, sono vittime di un montaggio sincopato e di angolazioni e ribaltamenti pretestuosi. Si confermano suggestivi e preziosi i filmati LUCE mentre è lodevole l’opportunità di sentire il pensiero dell’architetto dalla sua voce.
Una segnalazione per una piccola tavola degli anni Trenta, scarna nella sua essenzialità ma estremamente parlante: lo schizzo per la trasformazione del Mausoleo di Augusto in Sacrario dei Caduti dell’Africa Orientale. Pochi segni restituiscono l’idea spaziale e le annotazioni spiegano come anche in questo stadio embrionale essa sia pensata nel dettaglio tecnico e materiale. L’Ara Pacis è posta al centro del Mausoleo e il progetto si risolve in una copertura leggerissima, scrive Libera, staccata dall’anello murario con una sospensione vetrata, una copertura realizzata con una struttura di acciaio, rete di acciaio e finitura in asfalto o in alluminio. Il progetto si trova, dunque, nel mondo del possibile, l’intuizione dello spazio si accompagna all’indicazione della tecnica che permetterebbe di realizzarla. Pochi segni che suggeriscono un ragionamento completo, la suggestione della luce zenitale, dell’eliminazione del peso della chiusura orizzontale attraverso l’asola vetrata circolare, la purezza simbolica di un luogo. Nel 1930 a Berlino viene affrontato un soggetto simile, la trasformazione in monumento ai caduti della Grande Guerra di un edificio dal forte impatto storico, la Neue Wache di K. F. Schinkel. Al concorso a inviti partecipano sei architetti e si classificano, nell’ordine, Tessenow, Mies, Poelzig. Il progetto vincente si risolve in elementi essenziali e lavora sulla sacralità dello spazio attraverso i materiali, la luce, il silenzio, il vuoto. Mies opera in modo più violento: attraverso la riduzione al minimo dei pochi segni impiegati spoglia lo spazio da ogni celebrazione retorica fino a provocare un senso di disagio.
Parte delle celebrazioni per il centenario della nascita dell’architetto trentino, questa mostra può essere considerata come una tappa del percorso itinerante cominciato nel 2001 al Centre Pompidou a Parigi con la presentazione di alcuni disegni dell’Archivio Libera emigrato in Francia (”Adalberto Libera: les formes de la raison” 27 giugno-24 settembre 2001), proseguito con l’anteprima di Cagliari (”Adalberto Libera nel dopoguerra. L’esperienza di Cagliari.” 15 febbraio-15 maggio 2003) e a cui dovrebbero seguire altri eventi nel corso di quest’anno. Riannodando i fili di tutte queste manifestazioni si può provare a ricostituire un’immagine sufficientemente sfaccettata della figura e dell’opera di Adalberto Libera: l’amore e la conoscenza scientifica richiedono impegno.

Maddalena Libertini

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