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Storia dell’architettura italiana. Il primo Cinquecento.


Autore a cura di Arnaldo Bruschi
Titolo Storia dell’architettura italiana – Il primo Cinquecento
Luogo Milano
Editore Electa
Anno di edizione 2002
N. delle pagine 663
Apparati Tavole sinottiche a cura di F. Cantatore e M. Vaquero Pineiro; Bibliografia
Costo di copertina 115 Euro
codice ISBN 88-435-7176-1


Il volume è quello di più recente pubblicazione nell’ambito della collana di Storia dell’Architettura Italiana proposta dalla Electa, per la quale sono già stati editi "Il secondo Novecento" (a cura di F. Dal Co), "Il Quattro-cento" (a cura di F. P. Fiore), "Il Settecento" (a cura di G. Curcio e E. Kieven) e "Il secondo Cinquecento" (a cura di C. Conforti e R. J. Tuttle). Il curatore Arnaldo Bruschi ha riunito un notevole numero di contributi, scritti da storici dell’arte e dell’architettura, riconducibili per argomenti trattati a quattro “macro-categorie”: grandi centri urbani, aree geografico-politiche, architetti, tematiche.
Gli apparati del volume comprendono, oltre a due tavole cartografiche (una pianta di Roma sulla quale sono individuate le principali architetture realizzate nella prima metà del XVI secolo e una cartina dell’Italia politica e geografica negli anni 1454-94 e 1559), delle tavole sinottiche (a cura di
Manuel Vaquero Piñeiro per Società, politica, economia e di Flavia Cantatore per Arte e cultura, Architettura, pp. 589-620) e una bibliografia a cura di Flaminia Bardati suddivisa per argomenti, aree geografiche, architetti (pp. 621-36).
Naturalmente la città “regina” sulla quale si concentrano buona parte dei contributi è Roma: scelta che rispecchia il ruolo dominante della città in questo periodo. Nel primo Cinquecento è infatti Roma il luogo dove la sintesi delle più avanzate esperienze della precedente elaborazione teorica e architettonica costituisce il punto di partenza per la formulazione di una nuova unitaria maniera rinascimentale. Uno degli indiscussi protagonisti di questo processo è indubbiamente
Donato Bramante (1444-1514), riconosciuto da Serlio come il “suscitatore” della nuova “buona Architettura”: ed è proprio il nome di Bramante quello che ricorre più spesso nei vari saggi, a riprova del suo ruolo centrale.
A Roma sono esplicitamente dedicati quattro saggi, che seguono lo sviluppo cronologico delle vicende nel corso della prima metà del secolo e mettono a fuoco le figure che ne furono protagoniste. Arnaldo Bruschi analizza i due “estremi” del mezzo secolo: la fase di passaggio tra il XV e il XVI secolo, in cui il linguaggio tardoquattrocentesco si sovrappone ai primi sviluppi della “nuova maniera” (L’architettura a Roma negli ultimi anni del pontificato di Alessandro VI Borgia (1492-1503) e l’edilizia del primo Cinquecento, pp. 34-75) e la fase successiva al Sacco del 1527, in cui avvengono le trasformazioni che portano la ricerca architettonica verso il secondo Cinquecento (Roma, dal Sacco al tempo di Paolo III (1527-1550), pp. 160-207). Nei suoi saggi, come nella lunga introduzione al volume, Bruschi scrive mettendo in costante dialogo committenza, materiale, architetti e città, riuscendo mirabilmente a fare entrare il lettore nella dimensione quotidiana della storia e del fare architettonico. L’opera romana di Bramante è analizzata da
Christoph L. Frommel, insieme a quella del suo discepolo ed “erede” Raffaello Sanzio (1483-1520), che condusse “ l’opera del suo maestro a un ulteriore apice, trasformando il linguaggio individuale di Bramante in uno più normativo e imitabile da un’intera generazione” (La città come opera d’arte: Bramante e Raffaello (1500-20), pp. 76-131). La succes-siva elaborazione delle idee e le soluzioni architettoniche dei “maestri” Bramante e Raffaello da parte di al-cuni artisti – ognuno di provenienza e formazione diversa – negli anni che vanno dall’inizio del secolo fino al Sacco, è oggetto del saggio di Francesco Paolo Fiore (Roma, le diverse maniere, pp. 132-159). L’attenzione si concentra in modo particolare su tre figure: il senese Baldassarre Peruzzi (1481-1536), i fiorentini Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546) e Jacopo Tatti detto Sansovino (1486-1570). Il momento per eccellenza del loro confronto è significativamente individuato dall’autore nel celebre concorso per la progettazione di San Giovanni dei Fiorentini, voluto da Leone X nel 1518, al quale partecipò, oltre a questi tre artisti, anche Raffaello e che fu vinto da Sansovino.
Mentre Roma diventa la culla e il centro della “nuova maniera”, Firenze, protagonista assoluta dell’architettura quattrocentesca, nella prima metà del secolo successivo dà vita a contributi molto più fram-mentati e disorganici, come bene evidenzia nel suo saggio
Caroline Elam (Firenze 1500-1550, pp. 208-239): solo la figura di Michelangelo sarà, a parere dell’autrice, l’unica in grado di elaborare una sintesi compiuta delle contraddittorie correnti dell’architettura fiorentina, riuscendo a formulare “ le sregolate norme di uno sti-le autenticamente toscano, capace di essere attuale senza limitarsi all’imitazione dell’esempio romano” (p. 208). Il saggio segue l’evoluzione dell’architettura fiorentina leggendola in parallelo con il rapporto tra città e istituzioni politiche, queste ultime in continuo subbuglio nel corso della prima metà del secolo. Dagli anni del gonfalonierato di Pietro Soderini (1502-12) al ducato di Alessandro I (1530-37) e Cosimo I Medici (dal 1537) i protagonisti della scena fiorentina sono diversi: oltre ai fratelli Giamberti, Giuliano (1443/45-1516) e Antonio il Vecchio (1453/55-1534) – che però fanno la spola con Roma – i due capimastri dell’Opera del Duomo e di palazzo Vecchio, Simone del Pollaiolo detto il Cronaca (1457-1508) e Baccio d’Agnolo (1462-1543), ai quali si aggiunge nel 1519 Michelangelo Buonarroti (1475-1564). La Sagrestia Nuova e la biblioteca Laurenziana michelangiolesche sono, per la Elam, gli edifici che “salvarono l’architettura fiorentina dal provincialismo me-diocre nel quale aveva rischiato di cadere”, pur non riuscendo “a realizzare un’integrazione tra soluzioni in-terne ed esterne, rimanendo in definitiva scatole planari, animate da bizzarri dettagli ornamentali” (p. 227). Un accenno nell’ultima parte del saggio è dedicato alla “squadra” di artisti di più alta qualificazione profes-sionale rispetto alla precedente generazione di architetti locali, che emerge nel corso del ducato di Cosimo I: Giorgio Vasari (1511-1574) e Bartolomeo Ammannati (1511-1592).
Le altre città della Toscana, alcune delle quali in diretto rapporto con Roma forse più che la stessa Firenze (Cortona e Volterra, per citare i casi tra i più interessanti), non sono affatto trattate; solo Montepulciano e Monte San Savino entrano nel volume attraverso il saggio su Antonio da Sangallo il Vecchio.
Altri due centri che danno un contributo fondamentale, oltre a Roma, alla definizione della nuova architettura rinascimentale sono, in circostanze e con modalità diverse, Mantova e Venezia. La produzione architettonica mantovana nella prima metà del secolo coincide in larga parte, come si evince dal saggio di
Amedeo Belluzzi (L’architettura del primo Cinquecento a Mantova, pp. 254-271), con quella di uno dei grandi protagonisti della scena di questo periodo: il pittore e architetto romano Giulio Pippi, detto appunto Giulio Romano (1499 ca.-1546), che giunge a Mantova da Roma nel 1524. Analizzando in maniera chiara e puntuale quella che indubbiamente è l’opera mantovana più celebre di Giulio, il palazzo Te (1525-1535), Belluzzi evidenzia come la sua architettura sia espressione – secondo una efficace definizione di Pietro Aretino – dello “spirito di con-cetti anticamente moderni e modernamente antichi”: la conoscenza approfondita dell’arte antica, insieme alla messa a punto di una normativa coerente rendono possibili le varianti e le consapevoli trasgressioni.
A Venezia è dedicato un lungo saggio di
Manuela Morresi (Il “secolo breve” di Venezia, pp. 318-353), che ripercorre la ricchezza e la complessità di avvenimenti che rendono la prima metà del Cinquecento venezia-no quasi un “secolo breve”. I primi 15 anni del secolo sono caratterizzati dal contrasto tra un radicato con-servatorismo e grandi novità linguistiche, che produce risultati architettonici eterogenei, ricondotti nel saggio all’esame di tre cantieri esemplari realizzati negli anni 1505-14. Tutti e tre sono cantieri di ricostruzione dopo altrettanti incendi che avevano devastato gli edifici preesistenti: il fondaco dei Tedeschi (1505), il tratto orien-tale delle procuratie Vecchie a San Marco (1512) e il mercato di Rialto (1514). E’ da notare come nel primo e nel terzo cantiere, alla ricostruzione partecipa a vario titolo Giovanni da Verona, conosciuto come fra Giocondo (1433-1515), personaggio-chiave nello studio dell’Antico. Gli anni dal 1527 alla metà del secolo sono fortemente caratterizzati dalla presenza a Venezia di due architetti protagonisti nell’elaborazione della “nuo-va maniera”: Jacopo Sansovino e Sebastiano Serlio (1475-1554), entrambi arrivati in città, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, nel 1527. Nel 1527 Sansovino progetta il palazzo di Vettor Grimani sul canal Grande – primo esempio a Venezia di edificio privato con impianto mutuato dalla domus – e negli anni 1536-37 tra-sforma piazza San Marco in uno spazio ispirato ai fasti della Roma imperiale, con la realizzazione della Li-breria, della Loggetta e della Zecca; nel 1537 Serlio pubblica il primo libro delle Regole generali di architettu-ra sopra le cinque maniere degli edifici: un “trattato costruito” e un “trattato scritto” del linguaggio all’antica, che modificano profondamente l’architettura lagunare.
Ad altre due città sono dedicati altrettanti saggi monografici: Padova e Napoli.
Guido Beltramini (Padova. “El presente domicilio de Pallade” (Ruzante), pp. 414-33) evidenzia attraverso un racconto efficace e penetrante, come a differenza di altre città venete, dove il richiamo a radici romane si connota di precisi significati civili, “a Padova la nuova architettura ispirata all’Antico ripiega in una dimensione che per i privati è quella della retorica individuale, e per gli edifici pubblici di una identità condivisa” (p. 416). Mentre gli interventi negli edi-fici pubblici cambiano il volto della città, le case dei privati celano al proprio interno la nuova maniera, nelle “corti” – inedita tipologia di complessi architettonici arricchiti da padiglioni, giardini, cortili e orti – che l’autore descrive riuscendo a darci l’impressione di camminarvi e di rivivere le giornate che vi trascorrevano i loro abi-tanti.
Il panorama architettonico a Napoli durante il primo Cinquecento è puntualmente descritto e analizzato da
Adriano Ghisetti Giavarina (Napoli, pp. 468-79). Il carattere prevalente dell’architettura napoletana in questo periodo rimane essenzialmente legato al gusto rinascimentale toscano che – soprattutto grazie alla presenza di Giuliano da Maiano e Francesco di Giorgio – si era affermato in città alla fine del secolo precedente; gli echi dell’ambiente romano e in particolare del classicismo bramantesco rimangono invece sporadici, pur ritrovandosi in alcune opere di notevole interesse. Figura-chiave del legame con le esperienze romane è il calabrese Giovanni Donadio, detto il Mormando (1450?-1526), organaro che, dopo un breve soggiorno roma-no, passò all’architettura operando con una con una rigorosità e una plasticità caratterizzate da una diretta ispirazione all’Antico.
I limiti territoriali e geografici considerati all’interno dell’opera sono sostanzialmente quelli della peni-sola italiana, comprendenti la Sicilia e le basi veneziane adriatiche e del Levante. Al di fuori dei grandi centri urbani, vengono analizzate cinque grandi aree geografico-politiche: Lombardia ed Emilia; Veneto e nordest; zone adriatiche centro-meridionali; Calabria; Sicilia.
L’architettura in area lombarda ed emiliana è puntualmente descritta da
Bruno Adorni (pp. 272-305). In area lombarda il centro e il motore della nuova ricerca architettonica è ovviamente Milano, dove il lascito leonar-desco e bramantesco viene condotto a una piena maturità prima dallo scultore-architetto Cristoforo Solari ( 1460-1524) e dal pittore Bartolomeo Suardo detto Bramantino (1465 ca.-1536), poi da Cristoforo Lombardo, detto il Lombardino (m. 1555), per passare a un deciso salto nella seconda metà del secolo con Galeazzo Alessi (1512-72); l’architettura nella provincia milanese sembra invece più impermeabile al linguaggio all’antica romano, orientandosi in prevalenza verso l’elaborazione di linguaggi locali. La situazione in area emiliana è molto diversa da quella lombarda, sia sul piano culturale sia su quello politico. Alla forte instabilità causata dal particolarismo signorile e feudale fa da contraltare la mancanza di un centro capace di coagula-re uno stato regionale: l’Emilia “è come un vuoto di potenza” riempito dagli stati confinanti (p. 291).
Carpi e Bologna sono trattate a parte rispetto al resto dell’Emilia, essendo direttamente influenzate dalla nuova maniera romana: ad esse è dedicato il saggio di
Maurizio Ricci (Bologna e Carpi, pp. 306-317), che evidenzia come il richiamo all’Antico avviene comunque con modalità differenti nelle due città: se a Bologna l’introduzione dell’architettura more romano è opera di esponenti del ceto senatorio, mercantile o accademi-co, a Carpi le principali committenze all’antica provengono da un unico soggetto: il conte Alberto III Pio, u-manista colto ed erudito, che durante il suo dominio (1491-1525) cercò di fare della piccola città emiliana uno dei più importanti centri del Rinascimento nell’area centro-settentrionale.
L’area del Veneto e del nordest è ovviamente legata in gran parte in modo strettissimo alla Serenissima, sia sotto l’aspetto politico ed economico sia sotto quello artistico, come si evince dal contributo di
Maria Beltramini (Architettura nella prima metà del Cinquecento nell’area nord-orientale e veneta, pp. 434-45). Nelle città del dominio veneziano (Bergamo, Brescia, Treviso, Udine) la produzione architettonica si concentra sulla de-finizione dei sistemi di difesa e alla riorganizzazione dei luoghi di potere – come le sedi delle magistrature cittadine – mentre nel principato del vescovo di Trento, Bernardo Cles (1485-1539) l’opera principale è la re-alizzazione del “Magno Palazzo”, sede vescovile.
La tesi che emerge dalla lettura dei diversi saggi che si occupano delle aree veneta e lombarda e degli archi-tetti che vi lavorano è che, mentre la città lagunare rimane sostanzialmente ancorata alla tradizione e alla propria identità, la provincia nella terraferma è il luogo della sperimentazione, del confronto più diretto e spregiudicato con Roma: tale quadro emerge chiaramente dalla lettura dei saggi sulla città di Padova e sull’area veneta, insieme a quelli su
Sanmicheli e Palladio. Questo orientamento appare invece ribaltato per l’area milanese, dove il centro di elaborazione e innovazione è Milano, mentre la provincia fatica a staccarsi dal linguaggio tradizionale.
Per quanto riguarda l’area centro-orientale della penisola, l’architettura si richiama alla ricerca romana solo in alcune aree circoscritte, grazie all’opera di figure non di primo piano che però giungono all’elaborazione di soluzioni originali e innovative. In area marchigiana la produzione architettonica presenta risultati ispirati a quella romana in primo luogo nell’ambito del ducato di Urbino, Senigallia e Pesaro, dove il duca
Francesco Maria I e la moglie Eleonora affidano al pittore e architetto urbinate Girolamo Genga (1476-1551) l’incarico di architetto di corte. Come sottolinea l’autore del saggio su questo argomento, Francesco Paolo Fiore (Urbino, Pesaro e Girolamo Genga, pp. 446-55), Genga “sembra rivendicare la libertà di distaccarsi dal valore pro-porzionale dell’ordine e di utilizzare al tempo stesso “mescolanze” e astrazione, due novità che si erano af-facciate nella Roma di Raffaello, contemporaneamente alle sperimentazioni di Giulio Romano e Peruzzi” (p. 451), dando vita ad un’originale interpretazione del linguaggio all’antica romano. Nell’ambito geografico di confine tra lo stato pontificio e il regno di Napoli opera invece Nicola Filotesio (1489-1559), noto come Cola dell’Amatrice. Nel contributo su Il versante centro-meridionale adriatico (pp. 456-67), Adriano Ghisetti Giavarina analizza in modo approfondito la figura e l’opera di questo artista completo (pittore, architetto, ingegnere e urbanista), evidenziando come nelle sue opere, ricche di citazioni bramantesche, raffaellesche, sangalle-sche “emerge una tendenza allo sperimentalismo che si traduce in notevoli diversità tra realizzazioni anche contemporanee”, osservando come “operando in un territorio periferico rispetto ai grani centri rinascimentali non riuscì però probabilmente a esprimere compiutamente il proprio talento artistico” (pp. 460-61).
Simonetta Valtieri (Il regno meridionale. La Calabria, pp. 480-95) e Marco Rosario Nobile (La Sicilia, pp. 496-503) si occupano dell’estremo sud della penisola, caratterizzato dalle due realtà calabrese e siciliana. In Ca-labria, regione dalla antica tradizione culturale e fucina del pensiero umanistico, aperta agli scambi, caratte-rizzata dal particolare cosmopolitismo dei suoi personaggi, è il commercio e l’intensa attività di banchieri e mercanti – come avviene in altre realtà regionali dell’area mediterranea – a diffondere la circolazione delle novità in campo artistico, che vengono declinate seconda le grammatiche linguistiche locali. In generale, i caratteri specifici del Rinascimento calabrese sono derivati, secondo l’analisi dell’autrice, dalla contamina-zione tra il nuovo stile importato e la tradizione locale, nell’uso sia dei materiali, sia delle tipologie, sia di par-ticolari forme espressive.
In Sicilia invece, come ricorda Nobile, “il tradizionalismo, le presunte tendenze sincretiste, l’indifferenza al dibattito sull’Antico, hanno costituito a lungo i supporti principali su cui costituire un giudizio dell’architettura tra la fine del XV e la prima metà del XVI secolo che si esprime nella riduttiva definizione di “ritardo” (p. 496). L’asse politico e culturale con Spagna e il grande potere delle corporazioni professionali sono individuati come due dei fattori fondamentali che causano la “distonia” dell’isola rispetto al continente. Palermo e Mes-sina assumono nel primo Cinquecento il ruolo di centri politici ed artistici dell’isola, in virtù della loro centralità politica e strategica, ma anche per la presenza di intellettuali e artisti coinvolti nel dare vita a una rinascita dell’Antico: è soprattutto il pittore
Polidoro da Caravaggio (1500 ca.-1546), giunto a Messina intorno al 1528, a portarvi il linguaggio “romano” di Raffaello e della sua cerchia.
Solo a tre architetti è dedicato un saggio monografico: Antonio da Sangallo il Vecchio, Michele Sanmicheli e Andrea Palladio. La scelta di questi personaggi è significativa: sono tutte figure che rappresentano non solo il contatto e lo scambio tra esperienze e realtà geografiche diverse, ma anche i momenti di passag-gio, di transizione tra le varie fasi dell’evoluzione architettonica nel corso del primo Cinquecento.
Il fiorentino
Antonio Giamberti, detto da Sangallo (1453/55-1534) rappresenta uno dei più significativi anelli di congiunzione tra il tardo Quattrocento e il primo Cinquecento, costruendo, con le efficaci parole di Paola Zampa, “una propria personale sintesi (…) nell’innesto, sulla formazione fiorentina di architetto-scultore e sull’omaggio alla tradizione brunelleschiana, di forme desunte dal nuovo linguaggio romano” (p. 240). Nel suo saggio (Antonio da Sangallo il Vecchio. Da Firenze e Roma alla provincia toscana, pp. 240-253), l’autrice analizza l’opera di Antonio limitandosi alla produzione nella provincia Toscana: Arezzo (chiesa della Santissima Annunziata), Monte San Savino (palazzo del Monte) e Montepulciano (palazzo del Monte, S, Biagio). La Zampa nota come in queste architetture Antonio accosta innovazioni linguistiche desunte dall’esperienza romana e rudezze espressive derivate anche dalla sua attività come architetto militare e ri-corre alle parole di Manfredo Tafuri per descriverne il linguaggio caratterizzato da una “stupefacente libertà nell’impiegare i sintagmi classicisti, piegandoli a una maniera a metà fra l’espressionismo e un brutalismo medievalista” (M. Tafuri, L’architettura dell’Umanesimo, Bari 1969, p. 133).
Se Antonio il Vecchio rappresenta una figura di collegamento tra tardo Quattrocento e sperimentazione lin-guistica del primo Cinquecento, l’opera di Michele Sanmicheli (1487/88-1559) costituisce uno dei principali “ponti” tra Roma e Venezia – dando un contributo fondamentale alla diffusione dell’architettura rinascimenta-le “all’antica” nella terraferma veneziana e poi in tutto il Veneto – e, allo stesso tempo, tra la “nuova maniera” dell’inizio del XVI secolo e l’architettura cosiddetta “manierista” caratterizzante il periodo successivo. Nel saggio di
Paul Davies e David Hemsoll (Michele Sanmicheli a Verona e a Venezia, pp. 354-371) viene riper-corsa l’opera dello scalpellino-scultore dal suo esordio come architetto a Orvieto alle opere veronesi e vene-ziane. La varietà dei riferimenti e la passione per gli apparati decorativi complessi hanno condotto molti a de-finire “manierista” l’opera di Sanmicheli. Quella che sembra una trasgressione alle regole classiche è invece dovuta, secondo gli autori, al forte legame con le architetture antiche veronesi, differenti stilisticamente da quelle romane: Davies e Hemsoll osservano a tale proposito come la deroga ai principi canonici non ha por-tato alla loro distorsione: “ Sanmicheli spinse il classicismo al limite, ma – a differenza di Michelangelo e Giu-lio Romano – non l’oltrepassò mai” (p. 368).
Nel lungo (ben 41 pagine) e approfondito saggio di
Howard Burns (“Da naturale inclinatione guidato”: il primo decennio di attività di Palladio architetto, pp. 372-413) viene tracciato un esaustivo profilo della formazione e del primo periodo di attività di Andrea della Gondola detto Andrea Palladio (1508-1580). Burns dà un’impostazione quasi letteraria al suo saggio e, partendo da una domanda – “come fu possibile per uno scalpellino di Vicenza, città ricca ma di secondaria importanza, diventare uno dei architetti più originali, rino-mati e influenti del suo tempo”? – ricostruisce il racconto della formazione di Palladio, che è allo stesso tem-po l’affresco di una società. Il contatto con l’élite intellettuale, economica e politica vicentina – in cui ebbero un ruolo fondamentale l’interesse e il sostegno di Gian Giorgio Trissino – che aveva tra i suoi obiettivi quello di creare un profilo prestigioso e distinguibile da quello delle altre città di terraferma e soprattutto da Venezia; la grande ricchezza disponibile; la presenza in Veneto degli architetti di formazione romana (Giulio Romano, Sanmicheli, Sansovino, Serlio): sono ritenuti questi i fattori che, combinati e uniti al suo grande talento, per-misero l’avvio di Palladio a una brillante carriera fino a diventare un punto di riferimento costante per gli ar-chitetti suoi contemporanei e delle epoche successive. Oltre alla grande innovazione nel linguaggio architet-tonico di Palladio, Burns dà evidenza anche a quello che definisce il processo di “self-fashioning” che interessa non solo le sue opere, ma anche il suo ruolo di architetto: “non più solo artigiano-progettista, ma intimo dei committenti più colti e dei loro amici letterati, di status paragonabile a quello degli alti funzionari dello stato, uno “che con il suo disegno comanda” (Gianfrancesco Fortuna)” (p. 399).
In coda al volume, troviamo cinque contributi su altrettanti diversi temi legati all’elaborazione e allo sviluppo del linguaggio, della composizione e della costruzione architettonica nel primo Cinquecento: la trattatistica; i materiali e le tecniche costruttive; l’architettura militare; l’uso della prospettiva; il dibattito tra le arti.
Dall’esame della corposa produzione di trattati di architettura tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del secolo successivo emergono due diversi e importanti motivi di riflessione: lo strettissimo legame tra progettazione e studio dell’Antico – sia della produzione teorica sia delle architetture – e la scelta scienti-fica di trasmettere nella maniera più sistematica possibile le conoscenze e i risultati acquisiti. Nel contributo di Francesco Paolo Fiore (Trattati e teorie d’architettura del primo Cinquecento, pp. 504-521) entrambi questi aspetti vengono analizzati ed illustrati, a partire da una riflessione sul fondamentale ruolo rivestito dalla stampa nella diffusione degli studi e delle ricerche. Punto fermo e discriminante delle diverse elaborazioni è comunque l’unico testo antico sull’architettura pervenuto nella sua quasi interezza all’età dell’Umanesimo: il De Architectura di
Vitruvio (20-30 a.C. circa). Se i teorici del ‘400 sono interessati a confrontarsi con Vitruvio su basi indipendenti, traendo dal trattato antico tutti gli exempla ideali utili per confermare le loro scelte cultu-rali, sin dai primi decenni del ‘500 il ruolo degli studi vitruviani cambia radicalmente. Ora è il suo valore di fonte archeologica, come guida per la comprensione dei ruderi antichi, che conta: esso passa da fonte idea-le e termine di confronto soprastorico, a strumento di progettazione vero e proprio. Tra le diverse riflessioni, è giustamente sottolineata da Fiore l’importanza dell’opera teorica di Serlio, che sarà il punto di partenza per tutte quelle successive, fino ad arrivare alla codificazione tassonomica e alla uniformità del linguaggio dei trattati della seconda metà del secolo.
Nella produzione teorica, allo studio dei monumenti romani e alla codificazione delle regole compositive per progettare “all’antica”, si affianca l’interesse per i materiali e le tecniche costruttive ed emergono anche – sul-la base del decor vitruviano – nuovi argomenti nella scelta di materiali e finiture più appropriati alla posizione sociale del committente e alla funzione dell’architettura. Il saggio di
Pier Nicola Pagliara (Materiali, tecniche e strutture in architetture del primo Cinquecento, pp. 522-45) analizza e chiarisce due aspetti fondamentali a tale proposito: il debito che l’architettura rinascimentale ha con l’antico non solo per quanto riguarda il lin-guaggio architettonico e le scelte formali, ma anche negli aspetti attinenti alle tecniche e ai materiali da co-struzione; le innovazioni nell’uso di materiali e tecniche costruttive nel primo Cinquecento, dipendenti in larga parte “dalle variazioni quantitative e qualitative della domanda di costruzioni, dall’affermarsi di nuovi tipi in specie nell’architettura residenziale, nonché dalla ripresa – legata alla rievocazione delle sue forme – di ele-menti strutturali dell’architettura antica” (p. 524). L’autore segue il percorso di queste trasformazioni nella cit-tà di Roma, dove l’aumento esponenziale della domanda di costruzioni a partire dalla seconda metà del XV secolo e il parallelo afflusso di manodopera dalle altre regioni italiane avevano creato le premesse per lo svi-luppo di soluzioni tecniche innovative. Oltre alle finiture esterne, Pagliara analizza anche i diversi sistemi co-struttivi mutuati dall’architettura romana e adattati alle esigenze moderne; dedica infine l’ultima parte del suo contributo alla figura di Giuliano Leno: questo personaggio è coinvolto – senza essere propriamente un ar-chitetto – nei più importanti cantieri romani del primo Cinquecento, dove svolge un’attività di organizzazione e coordinamento delle operazioni connesse alla fabbrica edilizia per la quale può essere forse definito un “imprenditore edile” ante litteram.
Insieme a quelle di edilizia civile e religiosa, anche le tecniche e le tipologie architettoniche di difesa sono in-vestite da importanti cambiamenti, illustrati da Nicholas Adams nel suo saggio su L’architettura militare in Ita-lia nella prima metà del Cinquecento (pp. 546-561). Adams sottolinea come l’attività in campo militare fosse una parte fondamentale nella professione di architetto e sostiene che “ fu la costruzione militare, più che quella civile convenzionale, a consentire a personaggi come Antonio il Giovane e Sanmicheli di sviluppare le loro capacità analitiche come progettisti e di acquisire un controllo efficiente sia dell’organizzazione del sito che delle nuove tecniche di rappresentazione” (p. 559). Sulla scorta di tale considerazione, l’autore avvia una riflessione sul fatto che “il rapporto tra progetto tecnico e progetto architettonico è in genere ignorato da-gli storici dell’architettura che hanno tracciato tra l’architettura militare e quella civile separazioni che rifletto-no più la pratica accademica delle epoche successive che una visione dell’architettura caratteristiche del XVI secolo” (p. 559): forse però, il suo pur ottimo contributo non rispecchia esattamente questo giudizio, poiché analizza solo la produzione militare degli architetti del primo Cinquecento, separandola dalla loro produzione edilizia completa.
Gli ultimi saggi del volume affrontano due questioni legate al serrato dialogo tra architettura, teatro e disegno che caratterizza il primo Cinquecento: l’uso della prospettiva e il dibattito tra le Arti. Nel primo, a firma di
Wolfgang Jung e Paola M. Poggi (La prospettiva in pittura, architettura e scenografia (1500-50), pp. 562-75), gli autori evidenziano come gli artisti e architetti del primo Cinquecento abbiano adoperato la prospettiva cen-trale nella costruzione degli spazi architettonici, sia in pittura sia nelle scenografie e negli edifici. Il contributo di Mario Curti ha invece come oggetto Il dibattito sul primato tra le Arti nella prima metà del Cinquecento (pp. 576-83). L’autore ricostruisce i termini del confronto tra pittura e scultura a partire dal Medioevo, fino all’Alberti del De Pictura (1485) e a Leonardo, rilevando come dal dibattito era stata sostanzialmente esclusa l’architettura, considerata più vicina alle cosiddette “arti liberali”, chiamata a rispondere “ai più importanti bi-sogni dell’uomo” (Alberti). La disputa sulle arti prosegue costantemente lungo tutta la prima metà del ‘500, senza sostanziali novità, fino a Giorgio Vasari, che nel Proemio alla prima edizione delle Vite (1550) sostiene che le tre arti devono essere intese in senso unitario, essendo complementari nei fini, nei ruoli e nelle tecni-che; l’architettura ha fra le tre il primato perché è “la più necessaria e utile agli uomini, ed al servizio ed or-namento della quale sono l’altre due”.
Il volume così composto appare come una raccolta di saggi, una sorta di mosaico fatto di tessere differenti ed eterogenee, che però non si compongono a formare un’immagine unitaria. In una lunga introdu-zione al volume, Arnaldo Bruschi illustra il criterio metodologico e critico seguito nella sua composizione: “Volendo fare una “storia dell’architettura” – una storia della produzione architettonica, cioè delle opere, pen-sate e/o costruite (…) nel loro contesto temporale e frutto di necessità umane, di tendenze culturali, di idee, di creatività – si è cercato di ricostruire, illustrare e spiegare a volta a volta il processo specifico che, con il variabile contributo di committenti, architetti, maestranze, ha portato a quella determinata architettura nel suo ambiente fisico” (p.10).
La varietà e la ricchezza di contributi che compongono il volume ne fanno un’opera di indiscutibile valore, portatrice di un consistente e – in molti punti – originale apporto scientifico. Occorre però chiedersi, per capi-re se questo taglio critico scelto è efficace o meno, a quale pubblico di lettori il volume è rivolto. Se l’aspirazione del volume – e della collana di cui fa parte – dovrebbe essere quella di creare un’opera di rife-rimento fra quelle di consultazione per la storia dell’architettura, dunque rivolto soprattutto agli studenti e agli studiosi, salta agli occhi lo scarso spazio dedicato ad alcuni di quegli artisti e a quelle opere che maggior-mente hanno contribuito ai suoi sviluppi più significativi e innovativi, a favore di quelli che – pur di grande in-teresse e spesso immeritatamente trascurati – rappresentano un fenomeno qualitativamente e quantitativa-mente di minore rilievo. Il volume sembra essere in realtà più un libro per “addetti ai lavori”, da usare come fonte di informazioni: questo tipo di uso risulta però molto difficoltoso, proprio perché la struttura dell’opera, improntata alla cultura saggistica, confligge inevitabilmente con il dovere di informazione scientifica. Ciò nul-la toglie alla notevole qualità dei contributi che compongono il volume: non è difficile preconizzare che, per la ricchezza di informazioni, analisi critiche, apparati iconografici e bibliografici, esso sia destinato a restare un’opera fondamentale per gli studi su questo periodo storico.

Micaela Antonucci

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