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Il paesaggio dei Campi Flegrei. Realtà e metafora
Autore Salvatore di Liello
Titolo Il paesaggio dei Campi Flegrei. Realtà e metafora
Luogo Napoli
Editore
Electa
Napoli
Anno di edizione
2005
N. delle pagine120
codice ISBN 88-510-0292-4
Costo di copertina €
35.00

Nato dalla rielaborazione della tesi di dottorato, il testo illustra un percorso, ordinato cronologicamente, attraverso l’immagine iconografica e letteraria che nei secoli ha raccontato il sito dei Campi Flegrei. Sito dalle molteplici fascinazioni, naturali e culturali: «Campi Ardenti, apocalittiche eruzioni vulcaniche e improvvisi inabissamenti di montagne sono i segni di una natura terrifica che nondimeno ha reso questa terra prodiga di risorse e mirabilia». Luogo prediletto nell’antichità e quindi denso di interessi per gli umanisti studiosi del classico: «le rovine flegree, consumate sì dal tempo e dai frequenti fenomeni vulcanici, ma intatte, come cristallizzate nell’originaria configurazione architettonica, il che le qualificava di uno straordinario valore documentario difficilmente riscontrabile persino a Roma». Infatti è proprio questa caratteristica di exemplum a essere preponderante nelle prime attestazioni iconografiche: da un lato la forma, la tipologia del singolo edificio e dall’altro la dimensione tecnica e funzionale del manufatto, in un’epoca, quella ancora quattrocentesca o primo cinquecentesca del Rinascimento, in cerca di modelli da imitare e quindi immediatamente riproducibili nella prassi progettuale.
Mano a mano che si procede, però, coerentemente con gli orientamenti culturali che si vanno diffondendo, il campo di interesse si allarga alla natura e compare la dimensione del paesaggio. A ciò si aggiunge l’evento storicamente reale, nel 1538, della vera e propria comparsa di un nuovo rilievo montuoso, il Monte Nuovo, segno apocalittico di sventure incombenti e occasione di descrizioni che giocano su una gamma emotiva amplissima. Ma al di là della fenomenologia dei luoghi, pure ovviamente importante perchè essi sono importanti, ciò che va messo in luce è la modalità con la quale, attraverso i tempi e le diverse culture, il sito viene percepito e quindi raffigurato.
Da catalogo di forme e tipi per gli umanisti, come si diceva, a spazio in cui natura e cultura si intrecciano inscindibilmente e in modo talvolta drammatico per i primi viaggiatori che fin qui si spingono.
Ma la prova arriva con i fiamminghi, solitamente cultori ed esecutori di un tipo di veduta in profilo: non possono, davanti alla complessità del sito, che alzare all’insù il punto di vista, con arditissimi voil-d’oiseau e così descrivere tutto e tutto insieme. E poi il dettaglio, altra marca caratteristica della cultura figurativa nordica che fissa dei tipi figurativi inossidabili, in particolare con l’opera di Joris Hoefnagel, ma anche con quella del viterbese Mario Cartaro (1584): immagini che restano insuperate. Da lì in poi prevarrà un approccio più convenzionale alla veduta, senza più emozione e “maestà scenica”.
Sia le vedute di Hoefnagel, incluse nelle Civitates Orbis Terrarum di Braun e Hogenberg, ma anche in grado di circolare autonomamente, sia le incisioni di Cartaro, contribuiscono ad amplificare la fama di grande fascino rivestita da questi luoghi che diventano, a partire dalla fine del Cinquecento, meta (preponderante anche sulla vicina Napoli) per viaggiatori sempre più numerosi che hanno in questa estrema punta a sud il termine del loro voyage italiano.
Nel Seicento la diffusione e l’interesse per i luoghi si fanno europei, ma cambia anche il tono e lo spessore dei racconti che abbandonano progressivamente l’erudizione per preferire un approccio più lieve, attento alle curiosità e ormai appiattito su un’immagine convenzionale: «Tuttavia ancora nel Settecento, quando la nuova generazione di viaggiatori illuminati visiterà i Campi Flegrei, ci troviamo di fronte a riflessioni che sistematicamente, ad eccezione di alcune grandi personalità come De Brosses e Goethe, rievocano alcune costanti fondamentali delle descrizioni seicentesche dove anche le più attente indagini scientifiche convivevano con le leggende, con il mito, con quel complesso di credenze, spesso non scritte, ma rese costantemente attuali da un immaginario popolare mai sopito».
Con il secolo dei Lumi cambia l’atteggiamento mentale: la curiosità scientifica dei nuovi eruditi interpreta razionalmente quei fenomeni naturali tanto mitizzati e riscopre le vestigia antiche donando loro nuova vita, anche a seguito del rinvenimento dei siti di Pompei ed Ercolano intorno alla metà del XVIII secolo, ma anche sulla scorta di un dibattito scientifico in tema di vulcanesimo diffuso non solo tra gli specialisti. Pietro Fabris prima, responsabile di una felice sintesi – divenuta poi modello - fra vedutismo topografico e tecnica à la guache, e Jacob Philipp Hackert poi fissano i canoni della veduta dei Campi Flegrei, mentre a garantire una resa analitica e scientifica dei luoghi cominciano a diffondersi piante topografiche come quella di Filippo Morghen o come le numerose carte tematiche che restituiscono una lettura scientificamente sempre più attendibile di ogni singolo aspetto di questa porzione di territorio così complessa. Scollinando nel XIX secolo è la guida del Panvini a registrare un ulteriore cambio di mentalità nell’approccio al viaggio: pur ancora colto, chi raggiunge questi luoghi non lo fa più per studio o erudizione, ma il suo itinerare ha ormai «tutti i connotati di leggerezza ed evasione di una vacanza», in attesa, pochi decenni dopo, dell’affermarsi del cosiddetto turismo borghese, che ha nel Baedeker il proprio autorevole riferimento. La veduta pittorica lascia poi spazio alla fotografia, che paradossalmente da essa mutua taglio e inquadratura, come è evidente nell’accostamento che l’Autore propone nel volume, e diffonde nel mondo l’immagine di un territorio ora oggetto anche di un florido turismo termale. Ma con la fine dell’Ottocento e l’inaugurazione di nuovi e più moderni mezzi di comunicazione comincia lo snaturamento di quei luoghi, prescelti sconsideratamente per l’insediamento di centri industriali. Tutto ciò porta alla rottura di un equilibrio antropico e naturale vecchio di millenni che solo di recente si sta tentando di ripristinare: opera impossibile essendo venuta meno l’originalissima unitarietà paesaggistica di natura e antiche costruzioni e non siamo più in grado di definire con Goethe i Campi Flegrei: «La regione più meravigliosa del mondo. Sotto il cielo più puro, il terreno più infido. Rovine di un’opulenza appena credibile, tristi, maledette. Acque bollenti, zolfo, grotte esalanti vapori, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione, lande deserte e malinconiche, ma alla fine una vegetazione lussureggiante, che si insinua dappertutto dove appena è possibile, che si solleva sopra tutte le cose morte in riva ai laghi e ai ruscelli fino a conquistare la più superba selva di querce sulle pareti d’un cratere spento. Così siamo continuamente palleggiati fra le vicende della natura e della storia. Si vorrebbe meditare, ma non ci sentiamo capaci».
Maria Beatrice Bettazzi
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