|
|
Il giardino new tech
Autore
Paul Cooper
Titolo
Il giardino new tech
Luogo
Milano
Editore
L'archivolto
Anno di edizione
2001
N. delle pagine
192
N. delle illustrazioni
175+ 2 di copertina
Introduzione
dell’autore
Apparati
una guida ai materiali (acciaio, gomma, illuminazione, plexiglas,
specchi, tessuti, vetro, etc.) a pag. 189, l'indice dei nomi a
pag. 190, le referenze fotografiche a pag. 192
Costo di copertina:
Euro 46,50
Codice ISBN:
88-7685-121-6
Ecco un libro, agevole da
leggere, che affronta un argomento complesso e affascinante: il
giardino contemporaneo “tecnologico”, ossia progettato,
in tutto o in parte, con elementi, strutture e materiali artificiali
– vetro, plastica, strutture riflettenti, neon, fibra di
carbonio.
La tecnologia, al di là dei materiali, si esprime più
sottilmente nei processi di costruzione dei giardini medesimi,
in termini di illusione visiva e di illuminazione, attraverso
l’uso ad esempio dell’energia solare, assorbita e
restituita all’ambiente nelle ore notturne, o nel gioco
di pannelli riflettenti una luce spettrale, attraverso particolari
dispositivi di proiezione, come nel “giardino notturno”
progettato dall’autore del libro – Paul
Cooper – che chiude il volume.
Il giardino che deriva da questo complesso di ricerche è
dunque aperto alle più varie contaminazioni, di natura
cinetica e sensoriale, con le altre arti visive, dal cinema alla
land-art alla scultura.
L’artificialità,
al di là del manufatto progettato dall’uomo, è
presente nell’uso minimalista ed astratto di materiali inerti
e inorganici – sassi, ghiaia, pietre, rocce – accostati
per il loro valore scultoreo o trasformati in artefatti essi stessi
– come i massi verniciati di blu nel giardino progettato
da David Stevens.
Tratto comune dei giardini e delle sistemazioni paesaggistiche
raccolte nel libro è dunque l’idea di un giardino
che superi la definizione tradizionale di spazio connotato da
essenze vegetali naturali – piante e fiori – governate
da specifiche leggi di crescita, e strutturato da elementi costruiti
– recinti, sedili e manufatti – nei materiali classici
e perenni dell’architettura – pietra, legno, ferro
e cemento.
I giardini proposti utilizzano invece le piante più come
oggetti scultorei, artisticamente inseriti nella materia inorganica
– valga per tutti l’interessante giardino a Los Angeles
del progettista vietnamita Andy Cao,
la cui texture dominante è data dalle superfici di vetro
sbriciolato in minutissimi frammenti e vivacemente colorato ad
imitare erba e terreno, su cui si innestano bambù e agavi.
E sono giardini non di rado effimeri, smontabili e ricomponibili,
di elementare manutenzione e assoluta impermanenza, come il giardino
– tenda, di Philippe Nigro
e Claire Gardet, o il giardino-scatola,
apribile sui quattro lati e diversamente attrezzato, di Nadeau,
Dupont-Rougier e Alexandre,
presentati entrambi a Chaumont-sur-Loire rispettivamente nel 1996
e nel 1999. O giardini assolutamente simulati, che fingono materiali
ed essenze naturali, come nello Splice Garden realizzato da Martha
Schwartz per la terrazza del Whitehead Institute di Cambridge,
Massachussets, dalle finte siepi sagomate realizzate in astroturf
al giardino zen giapponese ”ibridato” con il tappeto
di ghiaia dipinta di verde e, al posto delle rocce, i cespugli
rotondi di ars topiaria, propri del giardino classico francese.
La globalizzazione delle
tecniche e dei riferimenti rimanda alla eclettica geografia di
queste realizzazioni - dall’Inghilterra alla Francia, dal
Giappone alla Svezia, dalla Nuova Zelanda a Tenerife, dalla California
all’Arizona – che centrifuga vegetazione, forme e
reperti delle culture locali con riferimenti alla cultura del
giardino contemporaneo e del ‘900. Il Giappone, coi giardini
di roccia e di sabbia, è il riferimento di una parte cospicua
di queste realizzazioni, secondo una linea di assorbimento e di
fascinazione che parte dalla cultura americana e californiana
del ‘900, che ritroviamo in progetti come il giardino Gibbs
di Rod Barnett in Nuova Zelanda,
e il citato giardino di Martha Schwartz.
Il giardino giapponese, reinterpretato
originalmente nel suo contesto culturale, è anche il tema
del Mu-rano Terrace nella prefettura di Gifu (Giappone), opera
di Makoto Sei Watanabe: qui, l’esile
foresta di steli in fibra di carbonio innestati sul tappeto di
ghiaia ondeggia al vento, illuminate alla sommità per l’energia
solare rilasciata nelle ore notturne. Imitazione della realtà
naturale, impermanenza e unicità dell’istante e dell’accadimento
si fondono in questo singolare giardino, nel moto sempre rinnovato
e sempre imprevedibile del vento fra i “rami".
Mentre a Tsukuba City il progettista Shunmyo
Masuno realizza la versione, delocalizzata e assai poco
giapponese, di un giardino zen: sparse e irregolarmente aggregate,
le rocce fronteggiano il paesaggio lunare di un pavimento in granito
interrotto da un letto di ghiaia, si arenano sull’erba,
o lungo un sentiero di pietra dalle commessure irregolarie screpolate.
Quella che si rivela come la parodia di un terreno arido e desertico,
si capovolge, alla foce del “ruscello” di ghiaia,
nella “fontana di nebbia”, una nube acquea inafferrabile
e cangiante, sospesa sul terreno sassoso.
All’influenza estremo-orientale sulla progettazione paesaggistica
dell’occidente estremo si accompagna un’altra feconda
contaminazione, proveniente dal secolo appena trascorso: quella
delle avanguardie pittoriche e della loro trasposizione in esperienze
come il giardino cubista, progettato da Guevrekian
nel 1925. La strutturazione degli spazi esterni per accostamenti
e campiture di colori e materiali geometricamente giustapposti
è leggibile nell’intervento di Mia
Lehrer per il giardino Ritenour a Malibu, California, nel
contrappunto fra riquadri di calcestruzzo colorato, griglia erbosa
intercalata fra essi e ritmo verticale della sequenza di palme.
La tradizione culturale
americana emerge evidente nel giardino della casa Fuller in Arizona
di Antoine Predock,
dove la disposizione irregolare delle rocce sul levigato piano
della corte e la piramide gradonata dello studio rimandano direttamente
alla prairie architecture wrightiana e al genius loci dell’architettura
precolombiana. Pure profondamente americana , ma legata alla lettura
delle superfici – usate come schermi riflettenti la luce
o campite da stesure colorate – portata avanti dal grande
architetto messicano Luis Barragan,
è l’impostazione del giardino Kuhling a Palo Alto
in California, progettato da Topher
Delaney. Lastre levigate di granito
nero pavimentano il percorso d’ingresso, lastre verticali
di pareti a stucco dorato ravvivano il giardino posteriore, mentre,
sparse nel giardino d’ingresso, numerose pietre traslucide
di vetro blu illuminate dall’interno generano un affascinante
bagliore.
Lastre di vetro, che imprigionano bambù o riflettono betulle,
e sottili schermi di fogli d’ottone, costituiscono l’evoluzione
“platonica” e hi-tech della “poetica dei volumi”
del giardino Kuhling, nell’interpretazione datane da Jenny
Jones in un giardino a Garstons,
sull’isola di Wright.
Estremo oriente rivisitato, tradizione americana, ars topiaria
del giardino formale europeo, cubismo architettonico, land-art:
il giardino comntemporaneo, nel rimescolare le carte, si colloca
all’interno di un percorso, storicizzato e leggibile per
frammenti, appunto, centrifugati, rimescolati, continuamente ridefiniti.
Il merito del libro di Paul Cooper è nell’accompagnarci
con semplicità, cautamente e quasi sottotono, in questo
universo insolito e spesso emozionante.
Alessandro Mazza
Torna
a Recensioni
|
|