Una villa fra l'Europa e la Storia. A rischio un'opera di Pagano e Levi Montalcini, nonostante la tutela esemplare della famiglia Chiono 
Versione integrale inedita del testo pubblicato in
«d’Architettura», n. 30, maggio/agosto 2006, pp. 184-191
Federico Motta Editore, Milano
Un ringraziamento speciale al Prof. Giovanni Leoni, al Prof. Massimo Sordi e alla famiglia Chiono

Stilla la goccia del dolore,
avvizzisce la corolla lucente dell’illusione,
gli invincibili, li si uccide con il silenzio.
Giorgio Colli
Torino: una città dalla vocazione audace, lambita a nord, fin dagli albori del Basso Medioevo, dal cammino dei pellegrini sulla via Francigena, tracciato di connessione che attraversava l’Europa e penetrava l’Italia sino a Roma, conducendo, dal Tirreno all’Adriatico, culture e flussi cosmopoliti di ampio ed elevato interscambio, nel viaggio verso i Luoghi Santi. Ad ovest, dalla vetta del monte Pirchiriano, la meravigliosa Sacra di San Michele sorvegliava ed accoglieva i transiti transalpini, accompagnando l’antica strada di Francia; tale percorso acquisterà nel Settecento una valenza d’interconnessione urbana, quale asse di ricongiunzione tra il reticolo stradale della città e le grandi direttrici territoriali, disposte soprattutto in corrispondenza dei luoghi delle residenze sabaude, dai poli centrali sino al ventaglio extraurbano occidentale. L’unione ideale tra castello di Rivoli, Palazzo Reale e Basilica di Superga, inverte lo sguardo e dirige verso la rete di relazioni che, dall’Europa, si proietta a sud-est, intrecciandosi ai sistemi di ordine nazionale. Prima e dopo di lui numerosi talenti, ma e’ la preziosa rivoluzione artistica di Filippo Juvarra (1678-1736), in chiave di finissima internazionalità, ad incidere una linea di continuità con i nodi urbanistici storici ed, al contempo, un segno di modernità dirompente che rimarrà nell’anima della città e ne determinerà il carattere, mai perduto, di polo e laboratorio culturale in prossimità del valico alpino.
Dalle splendide cupole, diafane e repentine, di Guarino Guarini (1624-83), ai vuoti arditi della Mole Antonelliana (1863-88) lanciati verso il cielo, fino alle geniali orditure dei grandi spazi di Pierluigi Nervi (1891-1979)(1), ci accostiamo alla riva del Po, al parco del Valentino, al Politecnico di Torino. Proprio qui, alla Regia Scuola d’Ingegneria, durante gli esuberanti anni Venti del capoluogo piemontese, Giuseppe Pagano Pogatschnig (1896-1945) e Gino Levi Montalcini (1902-74) s’incontrano. Pagano, l’onestà del pensiero, la dignità dell’azione. Di schietta ed appassionata fede fascista, non esiterà ad imbracciare le armi della Resistenza, quando maturerà dentro di sé la consapevolezza di un divario incolmabile fra i propri principi e gli orientamenti del regime. Recluso e torturato, riuscirà ad evadere liberando i 260 prigionieri del carcere di Brescia, ma, tradito e nuovamente catturato, pagherà con la vita la ferma e generosa assonanza con la propria coscienza, finendo i suoi giorni in una mattina d’aprile nel campo di Mauthausen, spossato dai patimenti subiti. “Casabella è senza alcun dubbio, sotto la direzione Persico-Pagano, la rivista più qualificata di tutto il fronte mondiale del razionalismo”: le parole di Jean-Louis Cohen (2) danno un’idea del grande impegno profuso da Pagano, oltre che nella militanza architettonica e nella ricerca progettuale, in una brillante impresa editoriale di respiro europeo, condotta dal ‘33 al ‘36 al fianco di Edoardo Persico e portata avanti coraggiosamente, dopo la morte dell’amico, sino al ’43, con l’aiuto di redattori d’eccezione come Raffaello Giolli, Anna Mazzucchelli, Giulia Veronesi, Giancarlo Palanti. Con temeraria tenacia e con ogni mezzo egli sostiene l’architettura moderna contro il vacuo monumentalismo, in difesa dell’“orgoglio della modestia” e di un’urbanistica illuminata, comprendendo l’enorme importanza di una burocrazia dinamica, ma anche di una percezione critica e sincera dell’arte, da coltivare nello spirito, fin dagli anni della formazione di un giovane architetto. Levi Montalcini, artista, docente ed architetto di grande valore, è protagonista fondamentale della feconda stagione torinese che vede crescere, attorno all’ispirato mecenate Riccardo Gualino, un movimento culturale ed artistico di portata internazionale. Nei primi decenni del Novecento nasce, infatti, a Torino una vera lotta per la modernità, intessuta sulla storia di salde e preziose amicizie che innescano un dibattito interdisciplinare, fondato sulla partecipazione attiva di architetti, artisti ed intellettuali. Ne fanno parte, tra gli altri, Felice Casorati ed il gruppo dei “Sei di Torino”, tra cui Gigi Chessa, Enrico Paulucci e Francesco Menzio, critici in prima linea come Lionello Venturi, Persico, Giulio Carlo Argan, ed una folta schiera di architetti (3).
Con il vivo esempio del progetto d’avanguardia dell’ingegnere Giacomo Mattè Trucco (1869-1934) per lo Stabilimento Fiat Lingotto (1914-26), Pagano e Levi Montalcini realizzano a Torino una delle prime opere italiane di carattere francamente razionalista: Palazzo Gualino (1928) costituisce - assieme al coevo Novocomum di Giuseppe Terragni, a Como - un audace manifesto dell’architettura moderna. Nello stesso anno operano insieme anche all’Esposizione Internazionale di Torino, di cui Pagano è il direttore tecnico, in particolare nel Padiglione dei Festeggiamenti e della Moda ed in quello dell’Esercito, Marina e Aeronautica, con Ettore Pittini (4). In questo periodo collaborano entrambi con “La Casa Bella” pubblicando alcuni articoli sull’arredamento; la professione li vede spesso affiancati sino alla partenza di Pagano per Milano (1932), al momento di acquisire la direzione della rivista. Oltre ai notevoli esiti progettuali maturati, in seguito, nelle ricerche individuali dei due architetti, tra i risultati più significativi del sodalizio di questi anni (5) ricordiamo: a Torino, Casa Boasso (1930) ed il progetto per la ricostruzione del secondo tratto della via Roma nuova (1930-31), poco lontano, nel Canavese, la gioiosa residenza estiva, oggi a rischio, di cui vogliamo raccontare.

Villa Colli (1929-30) è di grande interesse architettonico, costituendo un pregiato e singolare esempio di transizione dalla cultura eclettica del primo Novecento all’incisiva, sebbene breve, espressione del Movimento Moderno italiano: essa riunisce in sé i caratteri dell’architettura moderna ed i parametri di una visione classica, conservata nell’impostazione planimetrica generale e nel rapporto con il bellissimo giardino. La villa appare, inoltre, una premessa ad alcuni orientamenti peculiari delle successive ricerche di ambedue gli architetti. Pagano sviluppa, infatti, un fervido interesse verso l’edilizia minore e rurale che ben rappresenta modalità formali spontaneamente legate alla funzione, semplici espressioni abitative utili alla definizione di un’architettura collettiva, anonima e parzialmente standardizzabile, da contrapporre alla retorica ed all’accademismo (6). Levi Montalcini porta avanti un’indagine personale sull’alta qualità dell’oggetto, sull’affinamento della tecnologia, nell’ottica di una concezione del mestiere di architetto che esula dall’adesione integrale al razionalismo internazionale, maturando sintesi figurative e tecniche elevate, soprattutto in alcune produzioni di architettura montana del dopoguerra.
Il committente della residenza di Rivara è Giuseppe Colli, padre di Giorgio Colli, esimio filosofo tradotto in più lingue nel mondo. Entrambi furono editori coraggiosi ed innovativi (7).
La casa sorge in un’area acclive ed è posta in asse con i due viali gemelli d’accesso, accostata al lato settentrionale del lotto irregolare che ha un andamento obliquo rispetto alla progressione altimetrica; anche l’ingresso alla proprietà è decentrato ed inserito in prossimità dell’angolo a nord. La relazione tra gli elementi del sistema parco-abitazione, quindi, sembra tenere conto di una visione dinamica dalla strada, con una sottile attenzione all’esito scenografico della percezione prospettica. Il giardino, difatti, segue la raffinatissima sceneggiatura di Pagano e Levi Montalcini: alla squisita cura nella scelta di essenze ed arbusti, si affianca la geometria limpida dei prati, l’incedere morbido e monumentale dei filari di tigli e faggi ed il respiro di piccole esedre in cui trovare ristoro. Fra verdi teneri e cupi, declinati nelle sfumature più varie, in giugno si schiudono, all’ombra degli alberi secolari, freschi chiarori di corolle e nugoli bianchi, sparsi su magnolie, caprifogli, spalliere di gelsomino e siepi di ligustro. Il rosso bruno delle foglie del mirabolano compone, insieme alla corteccia purpurea ed i boccioli rosa, una tenue vibrazione di colore che accende garbatamente, qui e là, il candore delle fioriture ed il rigore quasi rinascimentale delle linee. La vista della villa è liberata da un’austera radura, appena incisa dai riquadri delle ampie aiuole, arginate dagli scolatoi di ovaline e decorate agli angoli da semisfere di bosso. Alle spalle della residenza, il bosco fitto della collina, tuttora popolato da numerose specie di animali, si pone quale quinta naturale a cui gradualmente il giardino si unisce, come sottolineava il vasto ed avvolgente pergolato ad emiciclo del progetto originale. La casa si sviluppa su due livelli, sollevata dal suolo ad osservare la valle, accogliendo la luce da ogni direzione. L’alto basamento, insieme al segno conciso della scala d’accesso, conferisce un’insolita aura di solennità alla villa, accentuata dall’estrema coerenza formale e da un impianto perfettamente quadrangolare, appena mosso dal corpo scala sul retro e dalla lieve “cornice” spezzata della terrazza, con le rampe di collegamento a metà dei prospetti laterali. La composta sobrietà delle opere di Pagano in questi anni riconduce ad una consapevole scelta di distacco dall’enfasi monumentalista (8); la simmetria di Villa Colli, quindi, non è l’acquisizione indotta di un rigoroso principio del classicismo, ma l’attributo, minuziosamente indagato anche da Levi Montalcini (9), da ricusare laddove dannosamente disgiunto dalla funzionalità dell’edificio. Ad ogni modo, in questa residenza estiva ha luogo un’allegra e delicata alchimia: le aperture festose e mondane della secessione viennese (10) sposano la finestra razionalista, dischiudendosi copiosamente sulle pareti; il tetto a falde di una casa d’altura si allunga a proteggere un ampio ballatoio mediterraneo, simile al ponte di una nave, che cinge l’edificio; l’uso di pietre storiche locali si fonde ai materiali moderni, anche il calcestruzzo porta con sé la tradizione della grana degli intonaci e tecniche artigianali s’innestano su forme già proiettate verso la nuova architettura. Un tenero e gioioso arancione rosato si spande su serramenti e parapetti, composti di elementi in legno o ferro, disposti con riguardo alla diversa esposizione alle intemperie. La distribuzione degli interni è limpida e razionale, pur seguendo una tripartizione geometrica regolare. Il basamento ospita i vani di servizio, mentre al piano rialzato si aprono le gaie ed ariose sale di ricevimento e soggiorno; al livello superiore la zona notte si sviluppa ai lati della galleria ritagliata sulla hall. I pregiati arredi furono disegnati appositamente per la villa da Pagano e Levi Montalcini: ne rimane testimonianza nello splendido mobile passavivande della sala da pranzo e nei piccoli scrittoi gemelli dell’area di soggiorno. In queste sale laterali il soffitto è animato da lievi sbalzi di quota e le fonti di luce si celano al di sopra dell’asse di legno che percorre longitudinalmente gli ambienti. Singolare il lucernario in legno e vetri opalini che proietta una luce artificiale sullo spazio a doppia altezza; cubi di “Atrax”, all’interno, e grandi lampade in ferro e vetro, all’esterno, sottolineano i luoghi d’angolo. Il camino in mattoni e pietra di Borgone è un cuore sobrio e caldo che entra in risonanza con l’agile essenza geometrica della casa.

Villa Colli dal 1999 è di proprietà della famiglia Chiono, protagonista di un recupero esemplare, volto ad un minuzioso restauro conservativo della residenza ed alla fondazione - con il sostegno della famiglia Levi Montalcini, di alcuni docenti dell’Università di Milano e numerosi critici di architettura - di EXTENSA Ratio, Associazione Storico-Culturale e Raccolta del Razionalismo Architettonico Italiano che annovera tra i propri obiettivi la diffusione di una cultura della conservazione delle architetture moderne e l’istituzione di una Biblioteca di Architettura Moderna e Contemporanea, oltre, naturalmente, alla divulgazione dell’opera di Giuseppe Pagano Pogatschnig e Gino Levi Montalcini. Presidente onorario dell’associazione è il Premio Nobel Senatrice a vita Rita Levi Montalcini, presidente eletto è Renata Anna Chiono. Di rilievo gli esiti già ottenuti dall’associazione che ha ricevuto una donazione di cinquecento rari volumi dall’Archivio Storico Olivetti e sta stringendo un gemellaggio con l’Association Alberto Sartoris de Lausanne. Si prevede anche la realizzazione di un Archivio di Audiovisivi, costruito sulle testimonianze di personaggi vicini a Giorgio Colli ed ai progettisti della villa. Degno di nota è, quindi, il programma dell’associazione diretta da Renata Chiono, denso di generose ed interessanti attività di ricerca e comunicazione culturale che non possiamo qui enumerare, con una particolare attenzione alla formazione giovanile.
E’ la storia di passione e d’impegno di una famiglia che realizza un progetto per la collettività, aprendo la propria residenza a ricercatori ed amanti del Movimento Moderno, ma, purtroppo, è anche una vicenda d’incomprensione o, peggio, indifferenza da parte delle istituzioni.
Accanto alla villa, infatti, sono sorti nel corso degli anni diversi stabilimenti di stampaggio che, lentamente, hanno occupato una superficie sempre più considerevole di terreno, giungendo a lambire, con un grande capannone, il confine occidentale del giardino storico. Quelli che in origine erano i semplici magli di piccoli stabilimenti artigianali, si sono trasformati in grandi presse industriali, fonti di rumore forte e continuo che, congiunto a intense vibrazioni, accompagna la vita quotidiana della residenza, in un ritmo incessante, dalle primissime ore del mattino fino alla tarda serata, salvo straordinari. A nulla sono serviti i tanti ricorsi alla giustizia per ottenere il rispetto delle norme di legge in materia d’inquinamento acustico. Le amministrazioni comunali non hanno riconosciuto l’immenso valore oggettivo della presenza della villa nel Canavese, né hanno compreso il potenziale di questa opera architettonica, moltiplicato dall’attività puramente volontaria dei proprietari che, senza attingere dai fondi pubblici, hanno offerto la loro dimora quale cuore di un’importante promozione culturale. Colpisce, in proposito, l’osservazione di Renata Chiono: “Quelli che disturbano siamo noi, con il nostro silenzio, coi nostri libri, con la nostra casa restaurata” e condividiamo il pensiero da lei stessa suggerito: "Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve, contro un inverno dello spirito" (Marguerite Yourcenar). La speranza s’incarna in un Comitato Internazionale (11) che ha raccolto, fino ad oggi, oltre cinquecento firme per la salvaguardia di Villa Colli: dal Giappone agli Stati Uniti, dal Venezuela al Kenya, da tutto il mondo sono giunte testimonianze di grande interesse verso il paese di Rivara e l’opera di Pagano e Levi Montalcini. Questa casa fu immediatamente segnalata nelle riviste dell’epoca, sulle pagine di “La Casa Bella” e su quelle di “Domus”, ma rischia di rimanere solo un’immagine stampata se nessuno l’abiterà: “Ed è anzitutto una casa tutta casa, niente macchinistica, e pur perfettamente funzionante: una casa che ti senti di amare subito con confidenza ed il cui valore quindi per coloro che l’abitano durerà. Questo durare, effetto come di una amicizia fra i muri e gli abitatori, è una praticità da non dimenticare.” (editoriale Domus, 1932).

Paola Ruotolo – Officina di Storia dell’Architettura


Note:
(1) Si ricorda anche il Padiglione sotterraneo per il salone dell’Automobile di Torino di Riccardo Morandi e, naturalmente, le numerose altre opere di grande pregio architettonico della città.
(2) J.L. Cohen, Introduction a AA.VV., Rationalisme et architecture en Italie 1919-1943, Paris 1977, pag. 10. L’osservazione di Cohen è inserita nell’articolo di Cesare De Seta Edoardo Persico e Giuseppe Pagano a ‘Casabella’ in “Casabella” n. 440/441, ottobre-novembre 1978, Anno XLII, pag. 15
(3) Oltre agli stessi Pagano e Levi Montalcini, Ottorino Aloisio, Umberto Cuzzi, Nicolaj Djulgheroff, Giuseppe Gyra, Carlo Mollino, Paolo Perona, Alberto Sartoris, Ettore Sottsass sr, solo per citarne alcuni.
(4) Armando Melis de Villa, L’Esposizione di Torino del 1928 in “Architettura e Arti Decorative”, Fascicolo VIII, Anno VII, aprile 1928, pagg. 372-381.
(5) L’attività congiunta di Pagano e Levi Montalcini in questa fase storica è ampiamente illustrata nel fascicolo di Domus del giugno 1930.
(6) I suoi studi in proposito, confluiti nella mostra dell’“Architettura Rurale Italiana” alla VI Triennale di Milano del ’36, influenzeranno gli architetti operanti nel dopoguerra, a partire dal Quartiere Tiburtino (1950-55). Nell’ambito del dibattito della Triennale sulla casa in quegli anni si ricordano anche la IV edizione a Monza del ‘30 (in cui “Ormai Pagano Pogatschnig e Levi Montalcini si son creati una lor fama”) con i “36 progetti assai interessanti che rispecchiano le varie tendenze moderne dell’edilizia per abitazione”, in particolare la “casa elettrica” di Figini, Frette, Libera, Pollini (gruppo 7), Bottoni, e la V edizione a Milano del ’33 in cui furono esposte le case popolari di Griffini e Bottoni, la casa sul lago per l’artista di Terragni con il “Gruppo di Como” e la villa-studio di Figini e Pollini; lo stesso Pagano vi realizzò il prototipo della casa a struttura d’acciaio insieme ad Albini, Camus, Palanti, Mazzoleni e Minoletti.
(7) Giuseppe Colli fondò, insieme ad Alfredo Frassati, il quotidiano La Stampa e diresse il Corriere della Sera dopo la seconda guerra mondiale.
(8) Antonino Saggio, L’opera di Giuseppe Pagano tra politica e architettura (testo e immagini on line), edizioni Dedalo, Bari, 1984, pag. 23.
(9) Gino Levi Montalcini, La Casa del Balilla, in “Casabella” n. 48, 1931, pag. 16-22.
(10) Ricordiamo la preziosa produzione Liberty di Torino, la palazzina La fleur di Pietro Fenoglio, la Villa D’Aronco e molte altre opere.
(11) La costituzione del Comitato Internazionale per la difesa di Villa Colli è stata sostenuta anche in Internet da numerosi webzines: AntiThesi, Spazio Architettura, PresS/Tletter e la stessa postazione di rete dell’Officina di Storia dell’Architettura, OSAweb.


Bibliografia:
“La Casa Bella”, n. 45, 1931
Una villa estiva nel Canavese, in “Domus”, n. 50, 1932, pagg. 76-78.
Franco Albini, Giancarlo Palanti, Anna Castelli, (a cura di), Giuseppe Pagano Pogatschnig. Architetture e scritti, Editoriale Domus, Milano, 1947
Bruno Zevi, Storia dell’architettura moderna, Einaudi, Torino 1950
Giulia Veronesi, Difficoltà politiche dell’architettura in Italia 1920-1940, Editrice Politecnica Tamburini, Milano, 1953.
Carlo Melograni, Giuseppe Pagano, Architetti del movimento moderno, Il Balcone, , Milano, 1955
Giuseppe Pagano, Architettura e città durante il fascismo, a cura di Cesare De Seta, Laterza, Roma-Bari 1976.
Cesare De Seta, Edoardo Persico e Giuseppe Pagano a ‘Casabella’ in “Casabella” n. 440/441, Anno XLII, ottobre-novembre 1978, pag. 15
Carlo Melograni, Una rivista europea, ivi, pagg. 42-44
Enrico Paulucci, La nascita di una rivista nuova, ivi, pag. 39
Alberto Sartoris, Avanguardie e ‘nuova architettura’, ivi, pag. 40
Antonino Saggio, L’opera di Giuseppe Pagano tra politica e architettura (testo e immagini on line), edizioni Dedalo, Bari, 1984
Cesare De Seta, Il destino dell’architettura. Persico, Giolli, Pagano, Laterza, Roma-Bari 1985
Alberto Bassi, Laura Castagno, Giuseppe Pagano, I designers, Laterza, Roma-Bari 1994
Carlo Olmo, Emanuele Levi-Moltalcini, Guido Canella, Daniele Vitale, Michela Rosso, Gino Levi-Montalcini. Architetture, disegni e scritti, Atti e Rassegna tecnica della Società degli Ingegneri ed Architetti di Torino, LVII-2, Celid, Torino, 2003.
Autore: Paola Ruotolo 
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